Elezioni in Iran: Social-Revolution 2.0
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Una rivoluzione in piena regola, e questa volta ad alimentarla non è stato l'acerrimo nemico a stelle e strisce, impegnato ad armonizzare le relazioni con il mondo arabo tout court. La genesi di questa rivoluzione nasce dal basso, svincolata dai vecchi legami tra società civile benestante, come i noti bazarì, e l'onnipresente clero sciita di stanza a Qom. Questa volta la vera rivoluzione la stanno compiendo i giovani, il volto nuovo dell'Iran, quasi il 70% di una popolazione che conta circa ottanta milioni di abitanti.
Nei giorni precedenti le elezioni presidenziali, a Teheran si festeggiava non per promuovere i candidati alle presidenziali del 12 giugno, ma la nascita di una nuova società civile, di una nuova coscienza collettiva che si scontra con la classica politica conservatrice portata avanti da Ahmadinejad e dall'apparto del basiije, il gruppo paramilitare che asserve alle finalità del regime.
La rivoluzione, come in passato, si sta combattendo in nome di ideali che poco hanno a che fare con la politica internazionale, un movimento interno che parte dalla gente e che ha, in questo momento, il suo rappresentante in Mir Hossein Musavi, l'unico uomo forte che riesce, in questa delicata fase, a mantenere saldo il rapporto con il leader supremo Khamenei, pur cercando di delegittimare l'attuale governo. La sua figura sta capitalizzando un enorme consenso ed è il simbolo di una speranza che negli anni passati gli iraniani avevano cominciato a perdere concretamente, se si va a guardare quella che è stata l'affluenza alle urne nelle scorse elezioni. Il giorno 12 si è stabilito un nuovo record, che farebbe impallidire persino gli europei democraticamente bigotti, che di affluenza alle urne ne fanno una crisi morale anziché politica. Ebbene, l'affluenza secondo i dati del ministero dell'interno iraniano è stata del 85%, roba da democrazia verrebbe quasi da dire.
Dopo l'annuncio della vittoria di Ahmadinejad, l'annuncio ufficiale, con il 62,63% dei voti scrutinati, sono partite spontaneamente delle manifestazioni di protesta per le strade della capitale che molti stentavano a credere possibili. Giovani, uomini e donne, bambini e anziani, tutti colorati di verde, verde Musavi. L'onda verde ha ricominciato il suo moto per le strade, bloccando pacificamente le grandi arterie della città.
Mentre il presidente rieletto annunciava la sua vittoria come “la vittoria di tutti gli iraniani”, per le strade centinaia di manifestanti venivano picchiati e arrestati dalla polizia e dai corpi speciali chiamati pasdaran, i guardiani della rivoluzione. Negli scontri, tra l'euforia nevrotica delle fonti di informazione che avevano dato per vero l'arresto ai domiciliari di Musavi, hanno perso la vita tre persone e sono state arrestate più di 170.
Ma la mobilitazione è ormai iniziata, grazie al particolare contributo che in questi giorni stanno dando i vari social-network su internet come Facebook o Twitter, veri aggregatori d'opinione che stanno aggirando le ristrettezze imposte dal governo per impedire il coordinamento dell'onda verde anche nelle altre città. Infatti, non è la sola Teheran ad essere colpita da queste manifestazioni, ma anche centri come Tabriz, Isfhan, Rasht sono in fermento per denunciare i brogli elettorali. La protesta corre sul filo del telefono.
Nei giorni precedenti le elezioni presidenziali, a Teheran si festeggiava non per promuovere i candidati alle presidenziali del 12 giugno, ma la nascita di una nuova società civile, di una nuova coscienza collettiva che si scontra con la classica politica conservatrice portata avanti da Ahmadinejad e dall'apparto del basiije, il gruppo paramilitare che asserve alle finalità del regime.
La rivoluzione, come in passato, si sta combattendo in nome di ideali che poco hanno a che fare con la politica internazionale, un movimento interno che parte dalla gente e che ha, in questo momento, il suo rappresentante in Mir Hossein Musavi, l'unico uomo forte che riesce, in questa delicata fase, a mantenere saldo il rapporto con il leader supremo Khamenei, pur cercando di delegittimare l'attuale governo. La sua figura sta capitalizzando un enorme consenso ed è il simbolo di una speranza che negli anni passati gli iraniani avevano cominciato a perdere concretamente, se si va a guardare quella che è stata l'affluenza alle urne nelle scorse elezioni. Il giorno 12 si è stabilito un nuovo record, che farebbe impallidire persino gli europei democraticamente bigotti, che di affluenza alle urne ne fanno una crisi morale anziché politica. Ebbene, l'affluenza secondo i dati del ministero dell'interno iraniano è stata del 85%, roba da democrazia verrebbe quasi da dire.Dopo l'annuncio della vittoria di Ahmadinejad, l'annuncio ufficiale, con il 62,63% dei voti scrutinati, sono partite spontaneamente delle manifestazioni di protesta per le strade della capitale che molti stentavano a credere possibili. Giovani, uomini e donne, bambini e anziani, tutti colorati di verde, verde Musavi. L'onda verde ha ricominciato il suo moto per le strade, bloccando pacificamente le grandi arterie della città.
Mentre il presidente rieletto annunciava la sua vittoria come “la vittoria di tutti gli iraniani”, per le strade centinaia di manifestanti venivano picchiati e arrestati dalla polizia e dai corpi speciali chiamati pasdaran, i guardiani della rivoluzione. Negli scontri, tra l'euforia nevrotica delle fonti di informazione che avevano dato per vero l'arresto ai domiciliari di Musavi, hanno perso la vita tre persone e sono state arrestate più di 170.
Ma la mobilitazione è ormai iniziata, grazie al particolare contributo che in questi giorni stanno dando i vari social-network su internet come Facebook o Twitter, veri aggregatori d'opinione che stanno aggirando le ristrettezze imposte dal governo per impedire il coordinamento dell'onda verde anche nelle altre città. Infatti, non è la sola Teheran ad essere colpita da queste manifestazioni, ma anche centri come Tabriz, Isfhan, Rasht sono in fermento per denunciare i brogli elettorali. La protesta corre sul filo del telefono. Sono circa 7 milioni gli iraniani che utilizzano internet, anche se la connessione è ancora poco sviluppata, e in molti usano Twitter, Yahoo o altri programmi per comunicare e condividere esperienze e notizie da uno dei luoghi più censurati al mondo. Si tratta di una vera e propria guerra via etere, quella che sta avvenendo in questi giorni, combattuta tra gli hacker sostenitori di Musavi ed il governo. Il giorno 15, tre giorni dopo l'esito elettorale, molti siti di informazione filo-governativi come l'agenzia Irna o Pess Tv sono stati oscurati da una task force di hacker in risposta alle continue censure e chiusure del governo su molti blog, siti e giornali on line riformatori.
La Social-Revolution 2.0 è in atto in Iran, paese che nell'immaginario collettivo occidentale risulta essere al pari di una dittatura, eppure unico paese mediorientale dove la rivoluzione la fa la gente e non la poltica o la religione. Forse una delle più grandi dimostrazioni di democrazia.
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