Il bandito Giuliano: morto che parla?
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La morte del bandito Giuliano, come trattato nelle puntate precedenti, è avvolta in un alone di mistero. La presunta salma di salvatore Giuliano, ora al vaglio dell'esame del Dna per conto della Questura di Palermo, potrebbe essere stata sostituita con quella di un sosia.
E' quanto sostenuto dai due ricercatori Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino. Secondo i documenti raccolti finora esisterebbero forti dubbi sulla vicenda che ha portato all'uccisione del bandito, poichè in molte testimonianze risulta chiaro come Giuliano sapesse di essere soto tiro, probabilmente tramite un imboscata o una trappola tesa dai propri compagni. A questo punto è utile rileggere alcuni passi del libro scritto dalla sorella del bandito, Mariannina Giuliano, Mio fratello Salvatore Giuliano, Montelepre, “La Rivalsa”, 1987.
Secondo una ricostruzione ufficiosa, Gaspare Pisciotta, braccio destro del bandito di Montelepre, venne convinto dai carabinieri a collaborare alla cattura di Giuliano. Il 3 luglio 1950 Pisciotta, a bordo di una 1100 nera che i carabinieri gli misero a disposizione si recò alla Questura di Palermo dove incontrò il colonnello Luca e il capitano Perenze, entrambi ufficiali dell’Arma. I militari affidano a Pisciotta un detenuto di nome Nunzio Badalamenti e i due partirono alla volta di Villa Carolina, alla periferia di Monreale, una proprietà dell’Arcivescovado. A quel punto Pisciotta, secondo la ricostruzione, somministrò un potente sonnifero a Giuliano e Badalamenti gli scaricò tre colpi di pistola. Secondo il racconto della sorella di Giuliano, il cadavere del bandito rimase nella villa per tutta la giornata, per essere poi trasferito a Castelvetrano nella notte tra il 4 e il 5, a bordo di un furgone del Comando forze repressione banditismo. Da qui, la famosa messinscena del cortile di Castelvetrano, la mattina del 5 luglio 1950.
Ma nella ricostruzione fatta da Mariannina Giuliano emergono fatti che danno una chiave di lettura decisamente diversa da quella ufficiale:
“Turiddu mi aveva avvertita. Cominciai a dubitare. Tutto quello che dicevano i giornali non poteva essere vero. Questi dubbi mi hanno accompagnato tutta la vita, rafforzati dal fatto che il sosia di Turiddu, un giovane di Altofonte, sparì qualche giorno prima della ‘morte ufficiale’ e non se ne è saputo più nulla” (p. 343).
Nel volume, entra poi in scena la madre del bandito, Maria Lombardo, che è prelevata da un sottufficiale dei carabinieri, quella mattina, a Montelepre e portata a Castelvetrano a bordo di una macchina dell’Arma, per il riconoscimento del cadavere. L’accompagna Letterio Maggiore, il medico della famiglia Giuliano. Secondo Mariannina, all’anziana madre, in quel momento, affiora alla mente un messaggio che il figlio le aveva inviato mesi prima: “Se un giorno ti verranno a chiamare, dicendoti che sono stato ucciso, non ci credere!” E la stessa sorella del bandito si chiede: “Ma quella morte è reale o falsa? Turiddu è veramente morto o al suo posto è stato ucciso il sosia che l’ispettore Ciro Verdiani stava da tempo preparando?”
Il racconto del riconoscimento del cadavere, all’obitorio di Castelvetrano, è ancora più strano:
“La sala mortuaria era composta da un corridoio e da tre stanze poste in longitudine ad esso. Il corpo era stato sistemato nell’ultima stanza, entrando veniva quasi di fronte. Nostra madre avanzò lentamente, guardando fisso davanti a sé e arrivò fino alla seconda stanza. Prima ancora di vederne il viso, le sembrò di riconoscerne la corporatura. Mandò un urlo disperato e si accasciò al suolo svenuta. Il medico che la seguiva la soccorse prontamente. Mia sorella Giuseppina era dietro di loro con gli occhi velati di pianto e vide cadere nostra madre. Da questo solo fatto, capì che quello doveva essere proprio il corpo di nostro fratello. Si sentì mancare anche lei. Suo marito riuscì ad afferrarla, prima che cadesse, cercò di confortarla come meglio poteva, mentre il dottor Maggiore continuava ad occuparsi di nostra madre. Ci vollero un bel po’ di minuti prima che si riprendessero. Quando furono in grado di poter proseguire, i carabinieri li obbligarono ad uscire. Per loro, quegli svenimenti erano stati la prova tangibile che quel corpo apparteneva al nostro congiunto. Per loro, il riconoscimento era stato effettuato” (p. 345).
E conclude, a sorpresa: “Visto che nessuno della famiglia ha potuto vedere bene in viso quel cadavere, né tanto meno scrutarne il corpo alla ricerca di certi segni particolari, a qualcuno potrebbe sorgere spontanea questa domanda: Salvatore Giuliano è veramente morto?”
Passi tratti dal libro Mio fratello Salvatore Giuliano, Montelepre, “La Rivalsa”, 1987.
Ricostruzione storica: http://casarrubea.wordpress.com
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"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
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