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Il nuovo umanesimo arabo rende inerme l'Occidente

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La rivolta tunisina ha riportato all'attenzione il tema della democrazia in tutti i paesi arabi. La domanda è se questa nuova escalation di proteste porterà ad una nuova forma di umanesimo in chiave araba.

Un Rinascimento culturale e sociale che parte dal più piccolo dei paesi che costituiscono il cosiddetto Maghreb arabo: la Tunisia. La Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia ha sicuramente innescato un nuovo fenomeno nelle società arabe, creando i presupposti ideali per una rivoluzione democratica in tutti quei paesi dove di democrazia se ne sente parlare davvero poco. Dopo Tunisi anche Algeri, il Cairo, Amman, Sana e Beirut hanno iniziato un periodo di proteste contro i propri governi, con il fine di chiedere più rappresentanza e maggiori garanzie democratiche.

Molti analisti, alla vigilia delle proteste che hanno causato la caduta del governo in Tunisia e la destituzione dell'ex presidente Ben Ali, sostenevano come fosse un caso isolato, che non avrebbe avuto seguito nei paesi vicini. Questa visione è stata appoggiata anche dai governi occidentali, in primis quelli europei.

Anche le dichiarazioni degli esponenti del governo italiano andarono in questo senso. Infatti, in un primo momento il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, condannò le proteste bollandole come espressione di quel fondamentalismo latente che l'Europa deve combattere.

Successivamente, dopo il rafforzamento del movimento di protesta in Tunisia, le dichiarazioni cominciarono a cambiare tono: "E' necessario condannare senza se e senza ma ogni forma di violenza contro civili innocenti, ma anche sostenere un governo come la Tunisia che ha pagato un prezzo di sangue per il terrorismo: noi siamo sempre dalla parte della lotta al terrorismo". Così il Ministro Franco Frattini commentò i disordini sociali del Nord Africa come in Tunisia e Algeria, sottolineando come la "ricetta" resta quella di sostenere questi Paesi nel creare le condizioni di sviluppo.

Qualche giorno dopo Frattini dichiarò: "L'Europa non sta facendo assolutamente abbastanza per appoggiare la protesta proveniente dalla società civile. L'Ue dovrebbe fare di più per permettere soggiorni nei Paesi comunitari ai giovani provenienti da Paesi come la Tunisia.

Le posizioni altalenanti della politica europea in merito alle rivolte sociali arabe hanno evidenziato l'impreparazione degli stessi governi europei ad un fenomeno difficilmente prevedibile e contestualizzabile.

Certo è che ogni paese ha una storia a sé, la Tunisia non ha lo stesso valore geopolitico dell'Egitto, paese che conta circa ottanta milioni di persone di fede islamica. L'Egitto e la Tunisia però protestano per gli stessi motivi a differenza del Libano, che ha una situazione politica molto più complessa, che potrebbe generare una guerra tra fazioni politiche. La multidimensionalità delle proteste perciò, impedisce la ricerca di una soluzione unica ed omogenea.

Quello che però può evidenziarsi in molte delle proteste di questi giorni è la nascita di una nuova consapevolezza dell'essere cittadino e non più semplici sudditi. Come detto all'inizio, questo fenomeno di ribellione sociale potrebbe definirsi come un nuovo umanesimo, dove l'uomo cerca di riaffermare la propria superiorità sul sistema che lo governa. La divulgazione delle idee, durante il Rinascimento italiano, veniva esercitata attraverso l'arte e la cultura, eccezionali veicoli di informazione per i tempi. Oggi il maggiore mezzo di divulgazione è diventato il Web.

L'utilizzo di internet nei paesi arabi è stato decisivo nel convogliare tutti i malesseri della società. Molte manifestazioni, anche quelle recenti dell'Egitto, vengono organizzate su social network come Facebook o Twitter. La stessa cosa accadde in Iran durante le proteste del 2009 per i brogli elettorali. Se nel 1600 la stampa rivoluzionò la coscienza di massa, oggi internet ha lo stesso ruolo.

La tanto auspicata riforma delle società arabe con parametri tipicamente occidentali, deve fare posto ad una diversa concezione di sistema di governo per i paesi arabi, che non è possibile individuare in questo momento, ma solo quando ci saranno tutte le condizioni necessarie.

Tra i fattori che hanno dato il via a questo nuovo fenomeno di presa di coscienza, quello forse più significativo è riconducibile all'alto tasso di giovani presente nei paesi arabi. Con un numero di persone al di sotto dei 30anni che supera il 50% della popolazione, l'Egitto rappresenta un modello ideale su cui poter fare un'analisi costruttiva.

Con un presidente ultra 70enne che cerca in tutti i modi di rendere ereditaria la carica presidenziale, e una gestione amministrativa dove a prevalere sono soprattutto corruzione e abuso di potere, la società egiziana è arrivata al collasso. Il fronte dell'opposizione denuncia da anni lo stato autoritario di Mubarak, che dalla propria parte ha numerosi appoggi internazionali, tra cui quello italiano. L'impossibilità di accedere a elezioni politiche, la revoca del diritto di manifestare, la censura arbitraria di internet, le scarse opportunità lavorative, sono tutti elementi che hanno esacerbato la società egiziana a tal punto da farla sollevare in massa.

L'Egitto rappresenta un paese di fondamentale importanza in chiave geopolitica. Per il ruolo che ha all'interno della Lega Araba, per l'alta concentrazione di seguaci del movimento islamico dei Fratelli Musulmani, per il decisivo impegno di mediazione nella questione arabo-israeliana e non ultimo per il proprio ruolo nella gestione del canale di Suez. Risulta perciò chiaro come questa nuova rivolta popolare egiziana abbia un'attenzione particolare da parte dei paesi occidentali, che in un modo o nell'altro cercheranno di limitare i danni ai propri interessi strategici. Ma la rivolta continua.

La domanda è se i paesi europei, paladini dei diritti dell'uomo sulla carta, non debbano fare qualcosa di più che denunciare le violenze di piazza.
 

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Rosario Amico Roxas  - Islam: paura della democrazia   |Indirizzo IP:151.60.247.xxx |05-02-2011 19:04:27
Dovrebbe emergere con estrema chiarezza che nei fatti in corso di ulteriore
sviluppo in Tunisia e in Egitto (almeno per ora !) non emerge nessuna domanda di
democrazia, almeno per come la intendiamo in Occidente.
Il rapporto tra
Occidente e medio e vicino oriente, cioè con i popoli arabo-islamici, è stato
di sopraffazione da parte dell’Occidente, prima sotto forma di colonialismo
militare, quindi sempre di colonialismo, ma economico; l’occidente ha avanzato
tali impostazioni sostenendo trattarsi di legittima difesa, come le “guerre
preventive” della banda Bush con Blair e Berlusconi.
L’Occidente ha acuito
queste forme difensive, insistendo con la logica della supremazia, così anche
quella parte del mondo arabo aperto alla possibilità di integrazione con
l’Occidente ha trovato nello stesso occidente il maggior ostacolo, in quanto
ha avallato le posizioni estremiste del nazionalismo e dell’integralismo,
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