La crisi finanziaria arriva anche nel mondo arabo: la risposta è ecologica
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Abu Dhabi sarà la sede della nuova Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena). A far ricadere la scelta sull’emirato arabo per l’assegnazione della prestigiosa e quanto mai importante sede della nuova agenzia delle Nazioni Unite è stato il progetto “la Fonte”, in arabo Masdar.
La politica ambientalista del mondo arabo è attiva già da diversi anni nel campo della ricerca e sviluppo di nuove fonti energetiche, soprattutto energie rinnovabili, per contrastare il pericolo del cosiddetto “picco” che ha come diretta conseguenza il naturale declino di produzione petrolifera dovuto all’impoverimento dei giacimenti esistenti. Infatti, secondo le previsioni degli analisti, la produzione ma anche il consumo di greggio è in netta crescita nei paesi mediorientali; questo per motivi legati al basso costo del combustibile nei paesi dell’Opec e ad una rapida e continua crescita delle economie islamiche in Medioriente. Secondo fonti attendibili, infatti, nel 2009 saranno consumati 7,2 milioni di barili al giorno, con una crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Ma l’economia araba non è immune alla crisi finanziaria occidentale. Alcuni sintomi si possono già intravedere ad esempio nel settore immobiliare di Dubai, emirato arabo dove negli ultimi dieci anni si è costruito moltissimo. Alcuni analisti affermano come la super economia di Dubai andrà incontro ad una brusca frenata dovuta proprio alla crisi del mercato immobiliare che, si stima, vedrà ridursi i prezzi su gli immobili del 50-60% entro il mese di settembre, in coincidenza con la fine del Ramadan islamico.
Anche il sistema bancario arabo, con caratteristiche assai diverse dal sistema occidentale, sta subendo l’urto della crisi finanziaria globale.
Questo essenzialmente per due motivi: il legame con le banche e gli investitori esteri da una parte, e la partecipazione sempre più attiva della Cina negli affari mediorientali. L’interazione tra le due cause è la base concettuale dell’attuale asset congiunturale in cui si trovano l’economia Saudita e dei Paesi del Golfo. In pratica, la Banca Centrale Saudita ha imposto il congelamento di numerosi fondi di società estere, tra il 2008/09, accusate di insolvenza per diversi miliardi di dollari. Tra le società più colpite da questo provvedimento c’è la Saad, società araba che ha come proprietario Maan al Sanea, già azionista di una quota pari a circa il 3% della HSBC, una delle più grandi banche mondiali che opera in Europa ed Asia.
Il secondo aspetto è legato all’economia cinese che è in forte espansione proprio in Arabia Saudita e nei Paesi del Golfo, a causa della sua sete di risorse energetiche. Il modello cinese è tra quelli più “pericolosi” al momento, poiché porta ingenti capitali di investimento ma non produce domanda di mano d’opera nell’economia locale e soprattutto non da il know how necessario alle aziende nazionali. Inoltre preoccupazioni riguardano anche il mercato finanziario asiatico, esacerbato dal immissione di numerosi titoli “tossici” derivati dai finanziamenti statali concessi per macchinari, automobili e aiuti economici agli studenti. Il pericolo insolvenza è dietro l’angolo, come nel caso dei subprime americani del 2008 nel settore immobiliare.
La soluzione araba alla crisi perciò sembrerebbe dirigersi verso la diversificazione degli investimenti ed una selezione più ristretta degli investitori, puntando molto, quasi paradossalmente, ai petrodollari per investire nel settore delle energie rinnovabili.
La nuova sezione dedicata all'approfondimento di inchiesta. Prossima uscita:
Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
"Salvatore Giuliano. Di sicuro non c'è niente"



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