La Pasqua, tra norme giuridiche e tradizione religiosa
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La celebrazione della Pasqua è una tradizione che affonda le sue radici nel rito ebraico, in cui si commemora la liberazione del popolo israelita dalla schiavitù egizia, con l’agnello sacrificale inviato da Dio per salvare i primogeniti delle famiglie che avevano segnato la porta di casa con il sangue dell’animale
Secondo la tradizione del Nuovo Testamento, per “Pasqua” si intende il giorno della crocifissione di Gesù, ma secondo il culto cristiano ad essere festeggiata è la resurrezione del Cristo. La Pasqua ebraica deriva dagli antichi culti pastorali del Vicino Oriente che si concludevano con la consumazione del pane non lievitato, tradizione che trova la sua ragion d’essere negli antichi culti pagani; basta pensare alle uova decorate, che trovano riscontro in molte culture millenarie come quella dei Greci, dei Cinesi o dei Persiani. Al contrario, la tradizione del sacrificio dell’agnello non ha alcun fondamento nelle sacre scritture, infatti Gesù nei vangeli dà agli apostoli il pane come simbolo del suo corpo (Lc.22,19 ”questo è il mio corpo dato per voi”; Gv.1,29 ”ecco l’agnello di Dio”). Tra l’altro, il sesto comandamento recita “non uccidere”, ma ciò è stato inteso soprattutto per la vita umana, quando il messaggio potrebbe avere valore per tutti gli esseri viventi. Quando Gesù nell’ultima cena disse: ”Prendete, questo è il mio corpo e questo il mio sangue”, si riferiva al pane e al vino e non ebbe bisogno di sacrificare un agnello. Cultura ebraica ed islamica, contrariamente a quella cattolica, ben rispettano i precetti e i dettami delle sacre scritture e della tradizione orale; tra questi troviamo il divieto di consumare determinati cibi, l’obbligo dell’integrità dell’animale al momento dell’uccisione, e il mancato stordimento preventivo prima della macellazione.
In Italia questo tipo di macellazione è stato autorizzato per la prima volta con il decreto ministeriale congiunto (Sanità e Interni) dell' 11/06/1980 e tale deroga è stata confermata da tutti gli atti legislativi successivi in materia (attualmente regolamentata dal Decreto Legislativo n.333 del 1º settembre 1998). La legge islamica, o meglio l'insieme dei precetti del Corano, prescrivono una serie di regole per la macellazione del bestiame affinché la carne sia considerata halal, cioè conforme. Per i musulmani tali regole sono di fatto derivate dalla tradizione ebraica del cibo Kosher e le prescrizioni, con i relativi divieti, coincidono in entrambe le culture, ragioni che vanno ricercate nella “cultura materiale”, basata sui condizionamenti ambientali.
Il rituale ebraico della macellazione viene fatto secondo il Mischna del Talmud (si potrebbe tradurre: insegnamento della ripetizione) che trae le sue origini dalla tradizione orale e sostanzialmente consiste nella proibizione del colpo alla testa dell’animale per evitarne la lesione delle meningi che renderebbe la carne non adatta alla consumazione. Anche per il rituale islamico si devono rispettare una serie di regole simili, tra cui l’orientamento dell’animale verso la Mecca, le cui gambe vanno legate ad eccezione di quella posteriore. Sappiamo che la differenza principale con queste due grandi culture è la deroga allo stordimento; in Europa e in Italia avviene direttamente nei box degli animali destinati alla macellazione e il dibattito è sempre più acceso.
Sentiamo sempre più spesso parlare dell’etica della macellazione rituale ed in alcuni paesi europei come la Svezia e la Svizzera è stata addirittura proibita. C’è sempre più necessità di configurare una consapevolezza etica oltre la sfera umana, comunque prodotto di un’ autocoscienza propria solo della nostra specie. Ci sono alcune questioni essenziali. In primis: le macellazioni rituali non vanno contro i limiti indicati dalla legge fin quando non è dimostrato che la sofferenza inflitta agli animali senza lo stordimento preventivo sia superiore a quella subita dagli animali macellati secondo il nostro codice giuridico, inoltre non esistono prove scientifiche per poter dimostrare la soglia del dolore e perciò ci si basa su una presunta superiorità etico-scientifica su cui si fonda anche la legislazione italiana, che segue il modello dell’UE. Detto ciò, la domanda che viene spontanea è se la differenza nel tempo di sofferenza dell’animale macellato con o senza stordimento è tale da potersi considerare eticamente corretta rispetto ad altri. E’ anche vero che secondo i principi bioetici va evitato qualsiasi incremento della sofferenza e di ogni eventuale stress nei confronti dell’animale.
Bisogna dunque considerare se il mancato stordimento è comunque lecito per rispettare la libertà religiosa e, quindi, considerare bioeticamente ammissibile se accompagnata da tutte le pratiche collegate alla ritualità. Un fattore da non sottovalutare è la presunzione insita in ogni essere umano, soprattutto nella cultura occidentale, di considerare la nostra religione come la migliore e come quella con il minor impatto negativo sull’habitat naturale e più specificatamente umano. Il problema che è alla base di questo dibattito è che ci sono macellazioni spontanee e incontrollate eseguite al di fuori dei macelli autorizzati e senza un vero controllo veterinario a norma, che certifichi lo stato di buona salute dell’animale. Tutto ciò è stato riscontrato soprattutto nelle comunità di immigrati musulmani in particolari ricorrenze religiose. Questa pratica non appartiene solo alla cultura islamica ma anche alla tradizione italiana, soprattutto del sud Italia, che fa registrare in questo periodo l’aumento di macellazione di agnelli, anche illegali. C’è piuttosto da chiedersi quanto l’intera legislazione sull’allevamento degli animali da macello rispetti quell’etica della cura, ed il modo in cui questi animali (dei cosiddetti allevamenti intensivi) siano costretti a vivere nelle varie fasi che vanno dall’allevamento, trasporto e macellazione. Di certo non si può parlare di rispetto dell’animale e dell’etica.
scritto per noi da Amira Zerrillo
La nuova sezione dedicata all'approfondimento di inchiesta. Prossima uscita:
Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
"Salvatore Giuliano. Di sicuro non c'è niente"



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