Ombre cinesi sull’Africa
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Pubblichiamo la prima parte di un articolo inviatoci da un operatore umanitario che abita con la sua famiglia a Kampala (Uganda). Nel 1405 un famoso ammiraglio cinese, Zheing, preso dalla sua insaziabile sete di conoscenza, approdò sulle coste orientali dell’Africa. In modo estremamente discreto si inoltrò nell’interno per incontrare re e sudditi dotati di straordinaria intelligenza, fieri e cordiali. Subito la sua mente allenata a riconoscere il profitto, comprese la potenzialità di questo continente e le sue ricchezze così abbondanti da sembrare inesauribili.
Scambiò porcellana cinese con animali africani e ritornò nella Terra del Drago. Fu chiamato al cospetto dell’imperatore, desideroso di ascoltare le sue avventure. L’odisseo cinese con entusiasmo e venerazione parlò solo della terra dal cuore nero, finendo il suo racconto con queste parole: « Mio Celestiale Imperatore a te rivolgo il dono più prezioso. Un continente dalle immense ricchezze che renderà la Cina ancora più potente e grandiosa ». L’imperatore seccato lo congedò dicendogli : « Sei un uomo stolto o bugiardo. Non può esistere terra più grandiosa e ricca della Cina ».
A distanza di sette secoli il Dragone è ritornato nella terra dal cuore nero. Il suo ritorno é stato silenzioso, cauto ed insidioso, facendo giustamente preoccupare l’occidente, tradizionale padrone dell’Africa.
I primi contatti dell’era moderna con il continente africano risalgono al 1955. La conferenza di Bandung vide un timido tentativo del partito comunista cinese di interagire con i nuovi stati africani. Nel 1963 il primo ministro Zhou Ehlai visitò l’Africa ricevendo una fredda accoglienza.
Nel 1982 il premier Zho Ziyang offrì un programma di cooperazione cino-africano che rientrava nella strategia di rompere l’auto isolamento della Cina a seguito delle riforme economiche iniziate dal partito comunista nel 1978. Il programma fu di scarso rilievo per l’economia del continente e ancora una volta molti leader africani snobbarono il Dragone.
I tempi non erano ancora maturi. L’Africa era prigioniera della guerra fredda e la scelta era ridotta tra l’allineamento al blocco sovietico e la continuità post coloniale dell’occidente capitalistico. Il solo risultato che Zhao Ziyang ottenne fu quello di gettare le basi per futuri legami economici.
Dal 1992 in poi, finita la guerra fredda, la Cina intensifica progressivamente le relazioni diplomatiche ed economiche con il continente nero, occupando il vuoto creatosi dalla caduta del blocco sovietico. Ogni anno l’Africa riceve visite di altissimo livello provenienti da Pechino. L’attuale presidente Hu Jen Tao e il suo predecessore Jiang Zemin hanno visitato l’Africa in moltissime occasioni. Ministri, membri del comitato centrale, importanti diplomatici, manager di multinazionali e rappresentanti di ONG hanno seguito l’esempio dei loro presidenti, confermando l’orientamento economico cinese sull’Africa.
Sprezzanti della gran cassa dei mass media, per anni i leader cinesi hanno preferito la più completa discrezione, pazientemente tessendo una ragnatela di conoscenze, piccoli e grandi accordi economici, scambi culturali e progetti di cooperazione bilaterali.
L’occidente si accorge della penetrazione cinese solo a partire del 2003, quando ormai il processo di penetrazione ha solide radici e la Cina è diventata ormai un temibile concorrente per il controllo delle ricchezze naturali del continente. La stampa occidentale comincia, come una falena impazzita, a pubblicare articoli ed analisi sul pericolo cinese, sorto improvvisamente dal nulla e teso a minare la sfera d’influenza Europea e Americana sull’Africa. Spesso e volentieri si evidenzia lo scarso interesse cinese sul processo antidemocratico e sulla violazione dei diritti umani di molti paesi africani, censurando che anche l’Occidente dimentica i valori sociali quando sono di ostacolo al raggiungimento dei propri obiettivi.
Scambiò porcellana cinese con animali africani e ritornò nella Terra del Drago. Fu chiamato al cospetto dell’imperatore, desideroso di ascoltare le sue avventure. L’odisseo cinese con entusiasmo e venerazione parlò solo della terra dal cuore nero, finendo il suo racconto con queste parole: « Mio Celestiale Imperatore a te rivolgo il dono più prezioso. Un continente dalle immense ricchezze che renderà la Cina ancora più potente e grandiosa ». L’imperatore seccato lo congedò dicendogli : « Sei un uomo stolto o bugiardo. Non può esistere terra più grandiosa e ricca della Cina ».
A distanza di sette secoli il Dragone è ritornato nella terra dal cuore nero. Il suo ritorno é stato silenzioso, cauto ed insidioso, facendo giustamente preoccupare l’occidente, tradizionale padrone dell’Africa.
I primi contatti dell’era moderna con il continente africano risalgono al 1955. La conferenza di Bandung vide un timido tentativo del partito comunista cinese di interagire con i nuovi stati africani. Nel 1963 il primo ministro Zhou Ehlai visitò l’Africa ricevendo una fredda accoglienza.
Nel 1982 il premier Zho Ziyang offrì un programma di cooperazione cino-africano che rientrava nella strategia di rompere l’auto isolamento della Cina a seguito delle riforme economiche iniziate dal partito comunista nel 1978. Il programma fu di scarso rilievo per l’economia del continente e ancora una volta molti leader africani snobbarono il Dragone. I tempi non erano ancora maturi. L’Africa era prigioniera della guerra fredda e la scelta era ridotta tra l’allineamento al blocco sovietico e la continuità post coloniale dell’occidente capitalistico. Il solo risultato che Zhao Ziyang ottenne fu quello di gettare le basi per futuri legami economici.
Dal 1992 in poi, finita la guerra fredda, la Cina intensifica progressivamente le relazioni diplomatiche ed economiche con il continente nero, occupando il vuoto creatosi dalla caduta del blocco sovietico. Ogni anno l’Africa riceve visite di altissimo livello provenienti da Pechino. L’attuale presidente Hu Jen Tao e il suo predecessore Jiang Zemin hanno visitato l’Africa in moltissime occasioni. Ministri, membri del comitato centrale, importanti diplomatici, manager di multinazionali e rappresentanti di ONG hanno seguito l’esempio dei loro presidenti, confermando l’orientamento economico cinese sull’Africa.
Sprezzanti della gran cassa dei mass media, per anni i leader cinesi hanno preferito la più completa discrezione, pazientemente tessendo una ragnatela di conoscenze, piccoli e grandi accordi economici, scambi culturali e progetti di cooperazione bilaterali.
L’occidente si accorge della penetrazione cinese solo a partire del 2003, quando ormai il processo di penetrazione ha solide radici e la Cina è diventata ormai un temibile concorrente per il controllo delle ricchezze naturali del continente. La stampa occidentale comincia, come una falena impazzita, a pubblicare articoli ed analisi sul pericolo cinese, sorto improvvisamente dal nulla e teso a minare la sfera d’influenza Europea e Americana sull’Africa. Spesso e volentieri si evidenzia lo scarso interesse cinese sul processo antidemocratico e sulla violazione dei diritti umani di molti paesi africani, censurando che anche l’Occidente dimentica i valori sociali quando sono di ostacolo al raggiungimento dei propri obiettivi.
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