Palestina, voci da Nablus
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Nablus, Cisgiordania – “eHna fil hawa sawa”, “Siamo sulla stessa barca”. Non ha dubbi Emil, il tassista palestinese che dal centro di Nablus ci conduce sulla collina che si affaccia sulla città. Il “noi” al quale si riferisce sono i palestinesi di Gaza e quelli della Cisgiordania: Le divisioni tra Hamas e Fatah – spiega – non sono lo specchio della nostra società.
Numerosi fattori, spesso a noi esterni, hanno innescato le condizioni per la creazione di tale situazione. La realtà dei fatti è che siamo una sola cosa. Questo è il sentimento della gente comune. Emil, nome scelto da suo padre “in onore del celebre scrittore palestinese Emil Habibi”, ci lascia di fronte alla sede di Project Hope, ong attiva a Nablus dal 2003 con progetti educativi dedicati a bambini e adolescenti residenti in aree difficili. Ad attenderci, all’interno di uno stabile animato dalle voci di decine di ragazzi e ragazze provenienti da molte parti del mondo, troviamo il direttore dell’organizzazione, Hakim Sabbah.
Signor Sabbah, come è nato e di cosa si occupa Project Hope?
L’idea è frutto di un’iniziativa di Jeremy Wildeman, un ragazzo originario del Canada, oggi 32enne. Era il settembre del 2002 quando mise piede per la prima volta a Nablus. Eravamo nel pieno della Seconda Intifada e questa città ne rappresentava uno dei cuori pulsanti. Dal luglio all’ottobre dello stesso anno vivemmo sotto un coprifuoco attivo 24 ore su 24, una situazione che Israele giustificò sostenendo che da quest’area provenissero alcuni degli attentatori [responsabili di attentati nello Stato ebraico]. L’anno seguente Jeremy tornò con l’ambizione di aiutare i bambini e gli adolescenti di Nablus attraverso programmi educativi e attività ricreative. Non c’era nessun fine politico, come d’altronde accade anche ai giorni nostri, se non quello di contribuire alla costruzione di un futuro diverso.
Oggi abbiamo volontari da ogni parte del mondo. Vengono qui con la voglia di dare, ma anche di ricevere. Insieme a loro andiamo nei campi profughi di Nablus. Luoghi come Balata, Askar e Ein Beit al-Ma’. Posti in cui mancano i servizi igienici primari e il sole lo si vede solo quando ci si allontana dalle migliaia di costruzioni e baracche che sono accatastate una sull’altra. I nostri programmi spaziano dalle lezioni di inglese e francese, fino ad arrivare ai corsi di fotografia, musica, reflessologia, aerobica, danza e pittura”.
Come vi autofinanziate?
Prevalentemente attraverso il commercio equo e solidale. Nablus è da sempre un centro rinomato per il suo olio di oliva e i suoi saponi. Quest’ultimo, seguendo un’antica tradizione, viene bollito , asciugato, tagliato, impacchettato e spedito in varie parti del mondo. Canada in primis.
Recentemente avete realizzato una guida su Nablus. Di cosa si tratta?
L’idea mi venne in mente nel 2003. A quel tempo vivevo in Francia e ogni volta che qualcuno mi chiedeva informazioni dettagliate su Nablus non potevo far altro che indirizzarlo su siti in lingua araba. Sono nato qui. Conosco palmo a palmo quest’area e le sue tradizioni. Ho quindi scelto di condividere tutte le informazioni disponibili. Da ciò è nata la prima guida su Nablus, in inglese e francese. Un “prodotto palestinese” a disposizione di un pubblico non palestinese. Questa città ha settemila anni di storia ed è molto più che una semplice area di crisi.
Che aria si respira nella Nablus dei giorni nostri?
Da molti mesi i check point israeliani intorno alle nostre città sono stati riaperti. Tuttavia almeno una volta alla settimana vengono richiusi. Inoltre le incursioni dell’esercito proseguono e i coloni continuano ad aumentare, diventando sempre più aggressivi. Di recente hanno bruciato un’altra moschea. Questa volta nel villaggio di Al Luban, a pochi chilometri da qui. Il paradosso è che se è vero che gli insediamenti sono illegali secondo il diritto internazionale, gli avamposti che spuntano come funghi lo sono anche per quello israeliano. A costituirli sono spesso fanatici senza scrupoli, che il più delle volte ci considerano come subumani e che come tali ci trattano. Arrivano quando è buio e piantano le prime strutture, in modo da creare nell’arco di una notte una “situazione di fatto”. Poco dopo viene delineata una sorta di “terra di nessuno” tra il nuovo avamposto e il vicino villaggio palestinese, una zona nella quale ovviamente non possiamo accedere se non a rischio di ricevere qualche pallottola. Tutto ciò viene fatto in nome della sicurezza di queste persone e ha ripercussioni tanto sull’area “C” [rappresenta il 59 per cento della Cisgiordania; è sotto pieno contro israeliano, ndr], quanto su quella “A” [il 17 per cento del suolo totale; a pieno controllo palestinese, ndt] e “B” [il restante 24 per cento, a controllo israeliano e amministrazione palestinese, ndt]. È frustrante constatare che abbiano più diritti e maggiore sicurezza i volontari che ci vengono ad aiutare di quanti ne abbiamo noi autoctoni.
Mai come ora la società Palestinese sembra divisa. Cosa ne pensa?
Alcune divisioni non sono altro che l’eredità lasciataci dagli Accordi di Oslo. Quest’ultimo di fatto ha legittimato l’occupazione, agghindandola di buoni propositi e frasi fatte. Ma la realtà palestinese è tutt’altro che frantumata. Per il palestinese medio le fratture esistono solo sugli schermi di Al-Jazeera. In tanti hanno interesse che il popolo palestinese sia disunito. E non mi riferisco solo a Israele.
Se avesse la possibilità di parlare davanti a migliaia di israeliani, quale messaggio lancerebbe?
Un messaggio-ponte all’insegna della riconciliazione. Quando gli israeliani e i palestinesi vanno all’estero, in regioni molto diverse da questa, è lì che si rendono conto che hanno molte più cose in comune di quanto siano disposti ad ammettere. Spesso sono le persone appena arrivate, che sia dalla Russia o da un qualsiasi Paese arabo, quelle più propense a leggere la realtà in bianco e nero. Allo stesso tempo vorrei invitare l’opinione pubblica israeliana a riconoscere ciò che le loro legittime aspirazioni hanno comportato per il popolo palestinese. Non vogliamo vendetta. Ma chiediamo giustizia.
Una considerazione per concludere l’intervista?
Le parole che usiamo sono importanti. Negli anni che ho trascorso in Francia sentivo spesso parlare di territoires [territori, ndr], quando ci si riferiva alla Cisgiordania. Questi sono “territori occupati” e così devono essere chiamati. Non bisogna mai dimenticarlo. Allo stesso tempo considero fuorviante chiamare il nostro attuale territorio Palestina. Si rischia di fornire un’immagine di normalità che nella realtà dei fatti non esiste. Queste piccole macchie di leopardo non sono la Palestina. Chi vive qui ovviamente ne è a conoscenza, ma la gente che ci vede da lontano è indotta a pensare che lo status quo sia sostenibile e che in fin dei conti siamo noi palestinesi a non accontentarci. Solo quando avremo una sovranità reale su Cisgiordania e Striscia di Gaza, con Gerusalemme Est capitale, allora potremo parlare di Palestina. La libertà di movimento, la possibilità di accedere all’acqua e di scavare un pozzo, quella di produrre energia: non esiste un Paese al mondo senza queste prerogative. Oggi più che mai vogliamo un nostro Stato, sia pur totalmente demilitarizzato. Resta inteso che anche noi dovremo fare la nostra parte e agli ebrei che decideranno di vivere qui, seguendo le nostre leggi, dovranno essere assicurati gli stessi diritti, così come anche gli stessi doveri, garantiti ai palestinesi residenti in Israele. Il tempo è galantuomo. Quei giorni arriveranno.
Fonte: Osservatorio Iraq
La nuova sezione dedicata all'approfondimento di inchiesta. Prossima uscita:
Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
"Salvatore Giuliano. Di sicuro non c'è niente"



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