Reportage Iran: Attesa per le presidenziali iraniane
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Teheran 12 giugno – Finalmente il 12 giugno (22 Khordad secondo il calendario iraniano) è arrivato. Oggi si terrà quello che sembra essere più un referendum sul governo Ahmadinejad che l’elezione presidenziale iraniana. Sono attesi più di 46 milioni di elettori alle urne, in quella che potrebbe essere l’elezione con la più alta affluenza elettorale della storia trentennale della Repubblica Islamica.
Gli iraniani decideranno chi sarà il loro presidente per i prossimi 4 anni, tra una rosa di 4 candidati, selezioni dal Consiglio dei Guardiani il 20 maggio scorso. I riformisti Mehdi Karrubi e Mir-Hosein Musavi, così come i conservatori Mohsen Rezai e Mahmood Ahmadinejad, hanno effettuato, come da regolamento, un’attiva campagna elettorale dal 22 maggio scorso fino ad oggi, tramite sms, apparizioni televisive e radiofoniche, quotidiani affiliati, distribuzione di volantini, raggruppamenti politici, dibattiti pubblici e televisivi. In particolare hanno svolto un ruolo fondamentale i 6 dibattiti organizzati dalla rete televisiva nazionale “Sedae Sima” tra i 4 candidati. Oltre a confermare ed a spostare voti, i dibattiti, in particolare quello tra Ahmadinejad e Musavi, due rivali principali, hanno messo in discussione la legittimità del sistema e delle maggiori personalità del paese.
Ahmadinejad ha infatti pubblicamente accusato di corruzione diversi esponenti di calibro della Repubblica Islamica, tra cui la famiglia Rafsanjani, Nateqh Nuri, Zahra Rahnavand, moglie del candidato Musavi e persino Khatami; dal canto suo Musavi ha replicato accusando l’attuale Ministro degli Interni, Sadegh Mahsuli, il precedente ministro, Ali Kordan, nonché l’intero operato dell’attuale governo. La questione ha avuto ripercussioni non indifferenti e ancora indefinite. In particolare Rafsanjani ha affermato di voler percorrere la via legale a seguito della diffamazione pubblica effettuata dal presidente in carica, ed ha presentato nei giorni scorsi una lettera, a cui è seguito un incontro di 3 ore, al Leader Khamenei, sostenendo l’infondatezza delle accuse e la necessità di promuovere l’unità nazionale e la correttezza dello svolgimento elettorale. Tutta la questione non ha eguali nella storia della Repubblica Islamica e potrebbe avere ripercussioni non indifferenti sull’esito elettorale.
Non ha precedenti d’altronde la guerra di colori tra i candidati. Ogni candidato è stato rappresentato per tutta la campagna elettorale da un colore: Musavi dal verde, Karrubi dal bianco, Rezai dall’azzurro ed Ahmadinejad dalla bandiera iraniana. La cosa ha fatto sì che le città fossero tempestate di colori a causa delle bandiere, dei cappelli, dei veli, dei braccialetti e dei poster con le facce e i colori dei rispettivi candidati. In particolare, nell’ultima settimana Teheran è diventata color verde Musavi.
La folla di sostenitori dell’ex primo ministro iraniano, tra cui sorprendentemente soprattutto giovani, ha inondato la città facendo catene umani dal nord al sud della città, distribuendo volantini, tappezzando macchine e muri con poster dai colori verdi e affollando le strade principali della città fino alle prime ore del mattino.
Il tutto con uno spirito prevalentemente pacifico e nel rispetto, per quanto possibile, delle norme del sistema.
Non sarebbero infatti previsti dal regime il blocco del traffico, il tappezzamento di poster su muri e macchine, i grandi addensamenti di persone fino a tarda notte e i balli in mezzo alla strada, cose che hanno caratterizzato la Teheran dell’ultima settimana dalle 5 del pomeriggio in poi, ma che sono magicamente scomparse stamane alle 8, nel rispetto della fine della campagna elettorale.
Ora non resta che attendere il responso delle urne, la scelta degli iraniani, che diversamente dalle elezioni passate sembra accorreranno in massa alle urne, anche per manifestare il proprio malcontento e la delegittimazione nei confronti del governo e del sistema stesso.
La politica di queste elezioni sembra infatti non essere il boicottaggio, ma l’affluenza di massa, unico strumento di democrazia diretta per tentare di influenzare le sorti della Repubblica Islamica.
Gli iraniani decideranno chi sarà il loro presidente per i prossimi 4 anni, tra una rosa di 4 candidati, selezioni dal Consiglio dei Guardiani il 20 maggio scorso. I riformisti Mehdi Karrubi e Mir-Hosein Musavi, così come i conservatori Mohsen Rezai e Mahmood Ahmadinejad, hanno effettuato, come da regolamento, un’attiva campagna elettorale dal 22 maggio scorso fino ad oggi, tramite sms, apparizioni televisive e radiofoniche, quotidiani affiliati, distribuzione di volantini, raggruppamenti politici, dibattiti pubblici e televisivi. In particolare hanno svolto un ruolo fondamentale i 6 dibattiti organizzati dalla rete televisiva nazionale “Sedae Sima” tra i 4 candidati. Oltre a confermare ed a spostare voti, i dibattiti, in particolare quello tra Ahmadinejad e Musavi, due rivali principali, hanno messo in discussione la legittimità del sistema e delle maggiori personalità del paese.
Ahmadinejad ha infatti pubblicamente accusato di corruzione diversi esponenti di calibro della Repubblica Islamica, tra cui la famiglia Rafsanjani, Nateqh Nuri, Zahra Rahnavand, moglie del candidato Musavi e persino Khatami; dal canto suo Musavi ha replicato accusando l’attuale Ministro degli Interni, Sadegh Mahsuli, il precedente ministro, Ali Kordan, nonché l’intero operato dell’attuale governo. La questione ha avuto ripercussioni non indifferenti e ancora indefinite. In particolare Rafsanjani ha affermato di voler percorrere la via legale a seguito della diffamazione pubblica effettuata dal presidente in carica, ed ha presentato nei giorni scorsi una lettera, a cui è seguito un incontro di 3 ore, al Leader Khamenei, sostenendo l’infondatezza delle accuse e la necessità di promuovere l’unità nazionale e la correttezza dello svolgimento elettorale. Tutta la questione non ha eguali nella storia della Repubblica Islamica e potrebbe avere ripercussioni non indifferenti sull’esito elettorale.Non ha precedenti d’altronde la guerra di colori tra i candidati. Ogni candidato è stato rappresentato per tutta la campagna elettorale da un colore: Musavi dal verde, Karrubi dal bianco, Rezai dall’azzurro ed Ahmadinejad dalla bandiera iraniana. La cosa ha fatto sì che le città fossero tempestate di colori a causa delle bandiere, dei cappelli, dei veli, dei braccialetti e dei poster con le facce e i colori dei rispettivi candidati. In particolare, nell’ultima settimana Teheran è diventata color verde Musavi.
La folla di sostenitori dell’ex primo ministro iraniano, tra cui sorprendentemente soprattutto giovani, ha inondato la città facendo catene umani dal nord al sud della città, distribuendo volantini, tappezzando macchine e muri con poster dai colori verdi e affollando le strade principali della città fino alle prime ore del mattino.
Il tutto con uno spirito prevalentemente pacifico e nel rispetto, per quanto possibile, delle norme del sistema.
Non sarebbero infatti previsti dal regime il blocco del traffico, il tappezzamento di poster su muri e macchine, i grandi addensamenti di persone fino a tarda notte e i balli in mezzo alla strada, cose che hanno caratterizzato la Teheran dell’ultima settimana dalle 5 del pomeriggio in poi, ma che sono magicamente scomparse stamane alle 8, nel rispetto della fine della campagna elettorale.Ora non resta che attendere il responso delle urne, la scelta degli iraniani, che diversamente dalle elezioni passate sembra accorreranno in massa alle urne, anche per manifestare il proprio malcontento e la delegittimazione nei confronti del governo e del sistema stesso.
La politica di queste elezioni sembra infatti non essere il boicottaggio, ma l’affluenza di massa, unico strumento di democrazia diretta per tentare di influenzare le sorti della Repubblica Islamica.
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