Restiamo per aiutare il coraggioso Brahimi
| ATTUALITA' |
Il Ministro Frattini sull'intervento in Iraq
"Corriere della Sera", 16 maggio 2004
La campagna elettorale europea e la conseguente polemica politica interna hanno indotto le diverse opposizioni, facendo tacere ormai le poche voci dei riformisti, a puntare sull'immediato ritiro delle truppe italiane dall'Iraq.
E questo avviene mentre le vergognose torture di prigionieri iracheni da parte di soldati anglo-americani, da un lato, e la terribile decapitazione di un ostaggio americano, dall'altro, coincidono con l'intensificazione degli sforzi della comunità internazionale per trovare una soluzione alla tragica crisi irachena.
C'è un punto sui cui tutti concordano, dalla Cina alla Russia, ai partner europei, ai Paesi arabi moderati, al Vaticano (che si è espresso, da ultimo, con le parole chiare del cardinale Martino): se vi fosse il ritiro immediato della coalizione, l' Iraq cadrebbe nella guerra civile, il Paese sarebbe cioè nelle mani dei violenti, degli estremisti, dei terroristi, molti dei quali non sono iracheni, ma lavorano in Iraq per la destabilizzazione. Ben comprende l'impossibilità del ritiro immediato il coraggioso Brahimi che sta cercando di formare un governo iracheno con persone autorevoli, credibili, libere da condizionamenti. Ci chiedono di restare i principali leader, religiosi e laici, dell'Iraq: sciiti e sunniti, curdi e cristiani. Le sinistre italiane, guidate (purtroppo per lui) dal presidente della Commissione europea Prodi, chiedono perciò di isolare l' Italia dal dibattito, sempre più concreto e costruttivo, che in Europa, in Iraq con Brahimi, all' Onu e negli Stati Uniti, è in corso per dare alle Nazioni Unite la leadership della transizione politica verso libere elezioni e un governo pienamente legittimato iracheno.
L'Italia non può e non deve uscire da questo lavoro comune in cui ha assunto un ruolo autorevole e influente.
Abbiamo chiesto agli americani di evitare attacchi frontali alle città sante irachene e di sostituire il controllo militare di quelle città con forze irachene. I primi esperimenti in corso, pur tra molte difficoltà, sembrano positivi, e la stragrande maggioranza degli sciiti iracheni ha deciso di imporre uno stop agli estremisti di Al-Sadr.
Chiediamo, e lo ho ripetuto a Washington all'amministrazione americana, una punizione esemplare, severa e pubblica per tutti - senza differenze - i colpevoli delle ignobili torture nelle prigioni irachene. Stiamo collaborando alla preparazione di una bozza di risoluzione dell'Onu e chiediamo che in essa sia approvato il piano di Brahimi e garantito il trasferimento effettivo dei poteri al governo iracheno che entro maggio sarà nominato dal rappresentante di Kofi Annan.
Educazione, ambiente, giustizia, polizia, gestione delle risorse economiche e in particolare petrolifere, dovranno essere attribuite al nuovo governo iracheno. Abbiamo detto chiaramente, tutti insieme, alla riunione dei ministri degli Esteri del G8 di venerdì a Washington, che sovranità irachena vuol dire anche potestà di invitare le forze straniere a restare o ad andarsene. E se l'Italia non sarà invitata a restare, rispetterà la scelta del governo iracheno e se ne andrà.
Sarà opportuno stabilire che le forze irachene assumano anzitutto il controllo delle città, mentre le forze internazionali potrebbero attestarsi nelle basi e nel territorio extra-urbano e assicurare la protezione del personale dell' Onu, che avrà ovviamente libertà di movimento e di azione.
A questi obiettivi lavora l'Italia, che ogni giorno contribuisce alla sicurezza e alla pace portando soccorso medico, servizi pubblici, costruendo scuole, aiutando lo svolgimento di elezioni comunali e soprattutto mantenendo, a Nassiriya, dialogo aperto e sincero con tutti i leader religiosi e laici della provincia.
Scommettiamo sul successo dell'Onu e lavoriamo intensamente per questo. Le sinistre italiane hanno decretato già, sin da ora, il fallimento di quella speranza concreta cui tutta la comunità internazionale, compreso il mondo arabo, sta guardando.
Non possiamo abbandonare gli iracheni alla guerra civile, né vogliamo negare sostegno allo sforzo delle Nazioni Unite. Ecco perché oggi restiamo in Iraq.
La nuova sezione dedicata all'approfondimento di inchiesta. Prossima uscita:
Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
"Salvatore Giuliano. Di sicuro non c'è niente"



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