Tom Cholmondeley: l’uomo al di sopra di ogni legge - Seconda parte
| ATTUALITA' |
Pubblichiamo la seconda parte dell'articolo, inviatoci da un lettore, riguardante un eclatante caso di mala giustizia keniota
Un processo contaminato.
Il processo di Lord Cholmondeley e’ stato influenzato fin dall’inizio.
Se Tom Cholmondeley fosse stato un nero accusato di due omicidi compiuti in un breve lasso di tempo, non ci sarebbe stato lo stesso interesse.
Il sistema giudiziario kenyota ben consapevole che un’ennesima assoluzione avrebbe scatenato l’ira della popolazione, ha trovato una scappatoia: giudicando Lord Cholmondeley colpevole ma applicando una pena leggera trasformando l’omicidio colposo in omicidio volontario contro ogni evidenza e ignorando il precedente assassinio che evidenza la continuita’ criminale dell’imputato.
Delamere Public Relations dal fiato corto.
Subito dopo la vergognosa sentenza, la famiglia Delamere, sfruttando la vasta rete di conoscenze e la sua influenza politica ha finanziato un’intensa operazione mediatica presso alcuni mass media locali e presso i mass media della madre patria, tesa a donare contemporaneamente all’opinione pubblica due immagini contrastanti del loro rampollo. La prima lo raffigura totalmente innocente e vittima dei pregiudizi razziali contro i bianchi. La seconda lo raffigura come vittima di un incidente involontario, in preda al rimorso e profondamente cambiata, ovviamente senza mai citare il primo omicidio.
“E’ stato come se la mia vita si fosse interrotta il giorno della disgrazia per riprendere oggi”, afferma Lord Cholmondelev.
“Quello che ha subito Tom oltrepassa ogni ingiustizia che un essere umano puo’ sopportate” afferma indignata la fidanzatina Sally.
Se queste grottesche affermazioni alla stampa kenyota non bastassero, i Delamere hanno reso noto che fin dai primi giorni del processo hanno instaurato buone relazioni d’amicizia con la vedova Njoya, con tanto di regali natalizi. Hanno dichiarato che prenderanno in carico gli studi dei suoi quattro figli fino a maggior eta’ e stanno pensando a un vitalizio per la famiglia caduta in disgrazia.
La comunita’ dei “white farmers” Kenyota ha addirittura creato un sito web: http://justicefortom.com dove, avvalendosi anche di giornalisti britannici, gli amici del Lord descrivono il processo come un attacco raziale contro la comunita’ bianca e creano una ridicola ed offensiva difesa del loro eroe perseguitato.
La regista Fiona Cunningham Reid ha realizzato un documentario a lui dedicato: Kenyan Murder Mystery. Anche la multinazionale sudafricana di programmi televisivi satellitari DSTV ha dedicato una puntata speciale su Lord Cholmondeley su Crime & Investigation Channel. Entrambi i documentari tendono a dimostrare l’innocenza di Lord Cholmondeley, che non avrebbe mai sparato a Njoya ma solo prestato soccorso portandolo all’ospedale e cooperando con la polizia, e propongono come vera la tesi della seconda arma, senza chiarire che questa tesi e’ stata ampliamente smantellata durante il processo.
Nonostante tutti gli sforzi della famiglia Delamere quest’ operazione mediatica ha il fiato corto.
Lord Cholmondeley, indipendentemente dal ruolo della vittima costretto a impersonare, in tutte le interviste e reportage fotografici fa trapelare una rivoltante arroganza tipica di colui che e’ consapevole di essere intoccabile e al di sopra di ogni legge.
Al di la’ di ogni limite di decenza Tom ha addirittura trovato il modo di far sfruttare economicamente la sua vicenda giudiziaria vendendo il copyright al regista Fiona Cunningham Reid e alla multinazionale DSTV per la realizzazione dei documentari a lui dedicati.
Un altro duro colpo all’operazione mediatica dei Delamere e’ stato inferto dall’amico di Tom, Carl Tundo, presente sulla scena dell’omicidio. Carl, non solo ha rifiutato durante il processo di fare una deposizione favorevole al Lord limitandosi ad esporre i fatti, ma ha rilasciato un’intervista ai media kenyoti dopo la sentenza dove evidenzia tutto il suo rammarico per il tentativo di Tom di addossargli la colpa dell’omicidio.
Come ha fatto notare Carl, se l’irrealistica tesi della seconda arma fosse stata accettata dalla Corte, l’accusa di omicidio sarebbe ricaduta su di lui visto che era la sola persona che accompagnava l’omicida in quel tragico giorno. Carl giura di non aver avuto alcuna arma durante l’episodio e di essere stato un testimone passivo degli avvenimenti. Versione confermata anche dai due amici, testimoni dell’accusa, che accompagnavano Robert Njoya.
Carl ha riferito alla stampa Kenyota che il suo rifiuto di coprire Lord Cholmondeley gli ha procurato il disprezzo della maggioranza della comunita’ bianca in Kenya e non ha dubbi che la sua vita d’ora in poi diventera’ molto difficile se rimane nel paese. L’elite bianca non puo’ perdonare a questo campione improvvisato di rally dalle umili origini, il suo rifiuto di immolarsi per scagionare un aristocratico.
La pesante eredita’ del periodo coloniale.
Il lampante esempio d’ingiustizia dimostrato dal caso Cholmondeley e’ la punta dell’iceberg di un mondo parallelo, razzista e brutale che si pone al di sopra della societa’ kenyota che ha creato nei decenni un pericoloso fossato sociale tra una manciata di latifondisti bianchi e i milioni di poveri contadini neri.
In un paese dove la guerra d’indipendenza e’ stata fondamentalmente una guerra contadina per il diritto alla terra, la riforma agraria rimane ancora incompiuta a distanza di quattro decenni dall’indipendenza. I contadini neri non hanno ricevuto un’equa distribuzione delle terre coltivabili. Paradossalmente i latifondisti bianchi, negli immediati anni dell’indipendenza, hanno saputo sfruttare la loro posizione per convincere i contadini a vendere per qualche sterlina i loro terreni, ampliando a dismisura le loro gia’ immense proprieta’ terriere.
Le famiglie di pioneri della Happy Valley come i Delamere, che si glorificano di aver valorizzato l’agricoltura in Kenya trasformando immensi terreni incolti in fertili piantagioni, nascondono dietro questa propaganda uno stile di vita edonistico portato all’eccesso, un profondo disprezzo per quelli che ancora oggi chiamano “indigeni”, per i “bahindi” (gli indiani deportati in Africa dalla Corona Inglese durante il colonialismo) e per le piu’ alte istituzioni del Paese, originato dalla convinzione d’appartenere a una razza superiore a cui tutto e’ dovuto per diritto divino.
Questo oscuro e deplorevole volto e’ reso ancora piu’ odioso dal fatto che una parte delle terre in questi latifondi e’ destinata alle culture classicamente coloniali: canna da zucchero, caffe’, the, tabacco e recentemente alla floricultura, mentre l’altra e’ destinata a riserva di caccia per il piacere di questi esseri soprannaturali.
Questo enorme spreco delle risorse terriere aggrava la gia’ precaria situazione agricola del Kenya che da due anni non arriva ad assicurare il fabbisogno alimentare del paese, privando centinaia di miglia di ettari alla produzione agricola degli alimenti di prima necessita’. E’ notizia di questi giorni che il Governo Kenyota ha deciso di importare 135.000 tonnellata di cereali da distribuire a prezzi inferiori rispetto al mercato per far fronte alla terribile carestia che ha colpito il paese.
Se a questo si aggiunge che nella maggioranza delle “white farms” la gestione del personale e’ impregnata da una profonda arroganza razziale che disumanizza il personale nero rendendolo quasi schiavo e denigrandolo, e’ facile comprendere l’odio che la popolazione kenyota nutre contro questa elite.
Invece di comprendere l’illegalita’ dei loro privilegi, in Naivasha, Nakuru, Nanyki, Eldored, Kitale, gli ultimi coloni bianchi si sentono minacciati dalla massa contadina che chiede con rinnovato vigore la riforma agraria e la fine dei privilegi di queste famiglie intoccabili.
Come i coloni francesi sperduti in una remota area della Cambogia nel film Apocalypse Now, i White Farmers Kenyoti sono pronti a difendere con ogni mezzo le loro illegali ed immorali propieta’ perche’ “Questa e’ la terra dei nostri padri e non pemetteremo a questi negri di rubarcela”.
Il back ground storico di questi coloni e’ caratterizzato da una gestione coloniale tirannica, razzista e spietata che, non solo oltrepassa ogni senso di decenza e giustizia, ma contrasta con il mito dell’opera civilizzatrice della Corona Britannica.
Il vero volto di questa brutalita’ inferta alla popolazione kenyota per proteggere gli interessi della madre patria culmina nella violenta repressione dei motti indipendentistici dell’ultimo decennio coloniale tra gli anni ’50 e ’60.
Di fronte al movimento di liberazione portato avanti dai guerriglieri Mau Mau, l’esercito inglese attuera’ deportazioni di massa di migliaia di neri imprigionati in vari campi di concentramento all’interno del paese, torture, esecuzioni extra giudiziarie, distruzione di proprieta’, raccolti e di interi villaggi al fine di piegare la volonta’ d’indipendenza della popolazione nera.
Nonostante che questa elite bianca si sia opposta fino alla fine al nazionalismo africano, molti dei suoi membri hanno scelto di rimanere in Kenya dopo l’indipendenza per la semplice ragione che non vedevano prospettive economiche nella madre patria ed incoraggiati dalla politica di riconciliazione nazionale voluta dal primo presidente kenyota, Jommo Kenyatta, la famosa politica del “dimenticare e perdonare”.
Vedendo la paura di violente rappresaglie contro di loro dissolversi, questi coloni hanno compreso nell’immediato crollo del colonialismo che, indipendente dalla nuova classe dirigente nera, avrebbero potuto godere dei grossi privilegi economici, culturali e sociali ereditati dal sistema coloniale.
La sola differenza e’ stata quella di condividere in parte questi privilegi con la nuova elite nera in cambio della necessaria protezione politica, anticipando storicamente la dinamica del Sud Africa post apartheid.
Questa protezione politica e’ aumentata in questi ultimi anni dal governo di coalizione, sorto dopo le elezioni del 2007 al fine di scongiurare la guerra civile nel Paese.
Il Presidente Kibagi e il suo oppositore Odinga, tramite il governo di coalizione hanno creato una gestione del paese basata sulla corruzione, lo spreco e il tribalismo. Questa gestione sta rischiando di portare il Kenya nel baratro del fallimento di un paese sovrano, esponendolo ad un futuro di barbarie e guerre civili.
Il sistema giudiziario kenyota ben consapevole che un’ennesima assoluzione avrebbe scatenato l’ira della popolazione, ha trovato una scappatoia: giudicando Lord Cholmondeley colpevole ma applicando una pena leggera trasformando l’omicidio colposo in omicidio volontario contro ogni evidenza e ignorando il precedente assassinio che evidenza la continuita’ criminale dell’imputato.
Delamere Public Relations dal fiato corto.
Subito dopo la vergognosa sentenza, la famiglia Delamere, sfruttando la vasta rete di conoscenze e la sua influenza politica ha finanziato un’intensa operazione mediatica presso alcuni mass media locali e presso i mass media della madre patria, tesa a donare contemporaneamente all’opinione pubblica due immagini contrastanti del loro rampollo. La prima lo raffigura totalmente innocente e vittima dei pregiudizi razziali contro i bianchi. La seconda lo raffigura come vittima di un incidente involontario, in preda al rimorso e profondamente cambiata, ovviamente senza mai citare il primo omicidio.
“E’ stato come se la mia vita si fosse interrotta il giorno della disgrazia per riprendere oggi”, afferma Lord Cholmondelev.
“Quello che ha subito Tom oltrepassa ogni ingiustizia che un essere umano puo’ sopportate” afferma indignata la fidanzatina Sally.
Se queste grottesche affermazioni alla stampa kenyota non bastassero, i Delamere hanno reso noto che fin dai primi giorni del processo hanno instaurato buone relazioni d’amicizia con la vedova Njoya, con tanto di regali natalizi. Hanno dichiarato che prenderanno in carico gli studi dei suoi quattro figli fino a maggior eta’ e stanno pensando a un vitalizio per la famiglia caduta in disgrazia. La comunita’ dei “white farmers” Kenyota ha addirittura creato un sito web: http://justicefortom.com dove, avvalendosi anche di giornalisti britannici, gli amici del Lord descrivono il processo come un attacco raziale contro la comunita’ bianca e creano una ridicola ed offensiva difesa del loro eroe perseguitato.
La regista Fiona Cunningham Reid ha realizzato un documentario a lui dedicato: Kenyan Murder Mystery. Anche la multinazionale sudafricana di programmi televisivi satellitari DSTV ha dedicato una puntata speciale su Lord Cholmondeley su Crime & Investigation Channel. Entrambi i documentari tendono a dimostrare l’innocenza di Lord Cholmondeley, che non avrebbe mai sparato a Njoya ma solo prestato soccorso portandolo all’ospedale e cooperando con la polizia, e propongono come vera la tesi della seconda arma, senza chiarire che questa tesi e’ stata ampliamente smantellata durante il processo.
Nonostante tutti gli sforzi della famiglia Delamere quest’ operazione mediatica ha il fiato corto.
Lord Cholmondeley, indipendentemente dal ruolo della vittima costretto a impersonare, in tutte le interviste e reportage fotografici fa trapelare una rivoltante arroganza tipica di colui che e’ consapevole di essere intoccabile e al di sopra di ogni legge.
Al di la’ di ogni limite di decenza Tom ha addirittura trovato il modo di far sfruttare economicamente la sua vicenda giudiziaria vendendo il copyright al regista Fiona Cunningham Reid e alla multinazionale DSTV per la realizzazione dei documentari a lui dedicati.
Un altro duro colpo all’operazione mediatica dei Delamere e’ stato inferto dall’amico di Tom, Carl Tundo, presente sulla scena dell’omicidio. Carl, non solo ha rifiutato durante il processo di fare una deposizione favorevole al Lord limitandosi ad esporre i fatti, ma ha rilasciato un’intervista ai media kenyoti dopo la sentenza dove evidenzia tutto il suo rammarico per il tentativo di Tom di addossargli la colpa dell’omicidio.
Come ha fatto notare Carl, se l’irrealistica tesi della seconda arma fosse stata accettata dalla Corte, l’accusa di omicidio sarebbe ricaduta su di lui visto che era la sola persona che accompagnava l’omicida in quel tragico giorno. Carl giura di non aver avuto alcuna arma durante l’episodio e di essere stato un testimone passivo degli avvenimenti. Versione confermata anche dai due amici, testimoni dell’accusa, che accompagnavano Robert Njoya.
Carl ha riferito alla stampa Kenyota che il suo rifiuto di coprire Lord Cholmondeley gli ha procurato il disprezzo della maggioranza della comunita’ bianca in Kenya e non ha dubbi che la sua vita d’ora in poi diventera’ molto difficile se rimane nel paese. L’elite bianca non puo’ perdonare a questo campione improvvisato di rally dalle umili origini, il suo rifiuto di immolarsi per scagionare un aristocratico.
La pesante eredita’ del periodo coloniale.
Il lampante esempio d’ingiustizia dimostrato dal caso Cholmondeley e’ la punta dell’iceberg di un mondo parallelo, razzista e brutale che si pone al di sopra della societa’ kenyota che ha creato nei decenni un pericoloso fossato sociale tra una manciata di latifondisti bianchi e i milioni di poveri contadini neri.
In un paese dove la guerra d’indipendenza e’ stata fondamentalmente una guerra contadina per il diritto alla terra, la riforma agraria rimane ancora incompiuta a distanza di quattro decenni dall’indipendenza. I contadini neri non hanno ricevuto un’equa distribuzione delle terre coltivabili. Paradossalmente i latifondisti bianchi, negli immediati anni dell’indipendenza, hanno saputo sfruttare la loro posizione per convincere i contadini a vendere per qualche sterlina i loro terreni, ampliando a dismisura le loro gia’ immense proprieta’ terriere. Le famiglie di pioneri della Happy Valley come i Delamere, che si glorificano di aver valorizzato l’agricoltura in Kenya trasformando immensi terreni incolti in fertili piantagioni, nascondono dietro questa propaganda uno stile di vita edonistico portato all’eccesso, un profondo disprezzo per quelli che ancora oggi chiamano “indigeni”, per i “bahindi” (gli indiani deportati in Africa dalla Corona Inglese durante il colonialismo) e per le piu’ alte istituzioni del Paese, originato dalla convinzione d’appartenere a una razza superiore a cui tutto e’ dovuto per diritto divino.
Questo oscuro e deplorevole volto e’ reso ancora piu’ odioso dal fatto che una parte delle terre in questi latifondi e’ destinata alle culture classicamente coloniali: canna da zucchero, caffe’, the, tabacco e recentemente alla floricultura, mentre l’altra e’ destinata a riserva di caccia per il piacere di questi esseri soprannaturali.
Questo enorme spreco delle risorse terriere aggrava la gia’ precaria situazione agricola del Kenya che da due anni non arriva ad assicurare il fabbisogno alimentare del paese, privando centinaia di miglia di ettari alla produzione agricola degli alimenti di prima necessita’. E’ notizia di questi giorni che il Governo Kenyota ha deciso di importare 135.000 tonnellata di cereali da distribuire a prezzi inferiori rispetto al mercato per far fronte alla terribile carestia che ha colpito il paese.
Se a questo si aggiunge che nella maggioranza delle “white farms” la gestione del personale e’ impregnata da una profonda arroganza razziale che disumanizza il personale nero rendendolo quasi schiavo e denigrandolo, e’ facile comprendere l’odio che la popolazione kenyota nutre contro questa elite.
Invece di comprendere l’illegalita’ dei loro privilegi, in Naivasha, Nakuru, Nanyki, Eldored, Kitale, gli ultimi coloni bianchi si sentono minacciati dalla massa contadina che chiede con rinnovato vigore la riforma agraria e la fine dei privilegi di queste famiglie intoccabili.
Come i coloni francesi sperduti in una remota area della Cambogia nel film Apocalypse Now, i White Farmers Kenyoti sono pronti a difendere con ogni mezzo le loro illegali ed immorali propieta’ perche’ “Questa e’ la terra dei nostri padri e non pemetteremo a questi negri di rubarcela”.
Il back ground storico di questi coloni e’ caratterizzato da una gestione coloniale tirannica, razzista e spietata che, non solo oltrepassa ogni senso di decenza e giustizia, ma contrasta con il mito dell’opera civilizzatrice della Corona Britannica.
Il vero volto di questa brutalita’ inferta alla popolazione kenyota per proteggere gli interessi della madre patria culmina nella violenta repressione dei motti indipendentistici dell’ultimo decennio coloniale tra gli anni ’50 e ’60.
Di fronte al movimento di liberazione portato avanti dai guerriglieri Mau Mau, l’esercito inglese attuera’ deportazioni di massa di migliaia di neri imprigionati in vari campi di concentramento all’interno del paese, torture, esecuzioni extra giudiziarie, distruzione di proprieta’, raccolti e di interi villaggi al fine di piegare la volonta’ d’indipendenza della popolazione nera.
Nonostante che questa elite bianca si sia opposta fino alla fine al nazionalismo africano, molti dei suoi membri hanno scelto di rimanere in Kenya dopo l’indipendenza per la semplice ragione che non vedevano prospettive economiche nella madre patria ed incoraggiati dalla politica di riconciliazione nazionale voluta dal primo presidente kenyota, Jommo Kenyatta, la famosa politica del “dimenticare e perdonare”.
Vedendo la paura di violente rappresaglie contro di loro dissolversi, questi coloni hanno compreso nell’immediato crollo del colonialismo che, indipendente dalla nuova classe dirigente nera, avrebbero potuto godere dei grossi privilegi economici, culturali e sociali ereditati dal sistema coloniale.
La sola differenza e’ stata quella di condividere in parte questi privilegi con la nuova elite nera in cambio della necessaria protezione politica, anticipando storicamente la dinamica del Sud Africa post apartheid.
Questa protezione politica e’ aumentata in questi ultimi anni dal governo di coalizione, sorto dopo le elezioni del 2007 al fine di scongiurare la guerra civile nel Paese.
Il Presidente Kibagi e il suo oppositore Odinga, tramite il governo di coalizione hanno creato una gestione del paese basata sulla corruzione, lo spreco e il tribalismo. Questa gestione sta rischiando di portare il Kenya nel baratro del fallimento di un paese sovrano, esponendolo ad un futuro di barbarie e guerre civili.
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