Turchia: quali riforme costituzionali?
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Il periodo di riforme annunciato dal governo turco è ai nastri di partenza. Dopo alcuni passi falsi il Parlamento di Ankara potrebbe votare per una riforma della Costituzione, in modo da armonizzare l'apparato dello Stato con i dettami dell'Unione Europea. Ma dietro questa decisione si aggirano diverse questioni che rischiano di dividere ulteriormente il Paese.
Che la situazione in Turchia sia piuttosto incandescente è un dato di fatto. Dopo lo scandalo dell'operazione Ergenekon (Martello), che ha destabilizzato gran parte dei vertici militari turchi, è di pochi giorni fa la notizia di una multa sentenziata dalla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo alla Turchia, riguardante un caso di torture subite da alcuni militanti politici nel 1997. Il fatto costituisce una cartina di tornasole dell'attuale momento critico in cui versa il sistema politico turco, impegnato nel tentativo di dare un impulso democratico al paese, e rende ancor più importante e carico di aspettative l'atteso confronto parlamentare sul pacchetto di riforme costituzionali, promosse dal governo Erdogan.
Una Costituzione "militare". Durante i primi anni Ottanta la Turchia fu lacerata da diverse correnti politiche, spesso contrastanti, che andarono a intaccare la stessa struttura dell'apparato statale turco. La tentazione islamista portata da alcune formazioni politiche e le numerose proteste sindacali, indussero l'Esercito ad intervenire provocando così il terzo colpo di stato nella storia del Paese. Nel 1982 venne redatta perciò una nuova Costituzione, con una spiccata impronta militare, per prevenire il riacutizzarsi di alcuni problemi legati principalmente alla questione della laicità dello Stato e alla difesa dell'unità nazionale. Tra i provvedimenti che furono presi per scongiurare qualsiasi deriva dal nazionalismo "kemalista", diversi andarono ad intaccare anche il potere giudiziario, consegnandolo in pratica all'arbitrio di una certa nomenclatura filo-militare; la creazione delle Corti di Sicurezza, in questo senso, fu il segnale di un nuovo corso della politica in Turchia. Queste Corti divennero ben presto l'unica autorità legittimata a giudicare sui reati di terrorismo, che per inciso vennero notevolmente ampliati insieme alle relative pene. Il ruolo dei militari così, cominciò ad assumere sempre più peso nelle scelte politiche del Paese, costringendolo ad uno status quo sia legislativo che giudiziario.
Il pacchetto di riforme. Nel contesto politico attuale, la Turchia si ritrova costretta ad un netto cambiamento, teso ad armonizzare il sistema costituzionale con i parametri dettati dall'Unione Europea, nell'ottica di una futura adesione che sembra essere quanto mai uno dei principali obiettivi del governo guidato dal partito Giustizia e Sviluppo (Akp). Tra i provvedimenti annunciati c'è quello relativo alla riforma del Consiglio supremo dei giudici e dei procuratori (Hsyk, equivalente del Csm italiano) e la Corte costituzionale, sottoponendole al controllo parlamentare. Un altro punto importante è quello relativo alla chiusura dei partiti (ultimo in ordine di tempo è stato il Dtp), impedendo la chiusura arbitraria dei movimenti politici, che potranno essere banditi solo se accusati di violenza e terrorismo. Il procedimento così, secondo gli emendamenti presentati, dovrebbe ricevere l'autorizzazione preventiva da parte del Parlamento. Le riforme dovrebbero interessare anche alcuni aspetti tecnici: come l'abbassamento della soglia del 10 percento, che consentirebbe l'accesso in Parlamento ad altri partiti, tema molto a cuore al neo partito curdo Bdp; la possibilità di sottoporre i militari davanti ai tribunali civili; combattere la discriminazione femminile all'interno delle istituzioni.
Le reazioni. All'interno del variegato sistema politico turco, il fronte nazionalista è sicuramente la corrente più forte dell'opposizione. Il Chp, partito nazionalista guidato da Deniz Baykal, ha più volte affermato la sua ferma opposizione al pacchetto di riforme dell'Akp, sostenendo come questa sia una chiara strategia del governo per controllare il potere giudiziario e favorire uno stato d'ispirazione islamica. Dello stesso avviso è la posizione dell'Esercito turco, che si vedrebbe depotenziare e di molto il ruolo di "sovrano della laicità" nel paese.
Prove tecniche di campagna elettorale? Ma c'è un altro aspetto di cui è importante prendere atto. Il 2011 sarà l'anno delle elezioni nazionali in Turchia, e molti osservatori fanno notare come l'atteggiamento di alcuni partiti, anche dello stesso Akp, stia convergendo verso un'anticipazione della campagna elettorale che verrà. In questa ottica vanno inseriti alcuni recenti interventi del governo per cercare di creare una base forte per la prossima coalizione. Non ci sono dubbi sul fatto che la rappresentanza curda in Turchia giocherà un ruolo quanto mai decisivo nella creazione di una base di consenso capace di portare avanti le riforme dello Stato. Intanto, il Parlamento di Ankara ha approvato la settimana scorsa una serie di leggi, tra le quali una che consentirà l'utilizzo di lingue diverse dal turco durante la campagna elettorale; una decisione per certi versi storica, se si pensa al numero di politici curdi arrestati semplicemente per essersi rivolti nella propria lingua durante comizi politici. I partiti e i candidati non potranno mandare messaggi elettorali attraverso e-mail e telefoni, né distribuire regali (come fece il premier Erdogan durante le amministrative del marzo 2009, regalando frigoriferi nelle città del sud-est turco, a maggioranza curda) salvo brochure, volantini, cd e dvd. La mossa di inserire anche "altre lingue" durante le fasi di campagna elettorale, sembra perciò un segnale della nuova alleanza tra il partito del premier Erdogan e la rappresentanza del curdo Bdp. Un'alleanza che però ha ancora molti nervi scoperti.
scritto da Luca Bellusci
fonte: PeaceReporter
La nuova sezione dedicata all'approfondimento di inchiesta. Prossima uscita:
Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
"Salvatore Giuliano. Di sicuro non c'è niente"



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