Desert Storm (1991): l'inizio del coinvolgimento americano in Medio Oriente
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Era il 2 agosto 1990, quando le truppe irachene al comando di Saddam Hussein invasero il ricco paese del Kuwait, con l'intenzione dichiarata di annetterlo allo stato iracheno sotto forma di provincia. L'attacco venne da subito condannato dalla comunità internazionale e suscitò le dure reazioni della coalizione internazionale a guida americana, nel tentativo di difendere un paese membro dell'Onu.
Dopo una serie di risoluzioni che imposero sanzioni di tipo economico all'Iraq, fu la stessa Onu con la risoluzione 678 del 1990 a lanciare un ultimatum al regime di Baghdad per il 15 gennaio 1991: se entro quella data l'Iraq non si fosse ritirato dal territorio kuwaitiano "si autorizzava l'uso di tutti i mezzi necessari per implememntare la risoluzione".
Alle prime ore del 17 gennaio 1991, una dozzina di elicotteri della Task Force Normandy colpirono le istallazioni radio della difesa aerea irachena ai confini del Kuwait, aprendo così un corridoio strategico per l'intervento dei bomardieri della coalizione internazionale. La guerra, voluta in primo luogo dall'America guidata dall'allora presidente George Bush padre e dalla Gran Bretagna, al fine di prevenire le mire espansioniste di Saddam sui pozzi petroliferi del Kuwait e dell'Arabia Saudita, sostenuta da una coalizione di 34 paesi tra cui l'Italia e coadiuvata in precedenza da una serie di risoluzioni delle Nazioni Unite che intimarono a Baghdad di ritirarsi dal Kuwait, prendeva così il via.

La successiva campagna aerea colpì numerosi obiettivi militari, sganciando in totale circa 89.000 tonnellate di bombe. L'assalto via terra venne lanciato il 23 febbraio successivo, a cui vi parteciparono i marines Usa insieme ai soldati dell'esercito regolare saudita, e in meno di 100 ore l'operazione venne diciarata conclusa con successo. Lo stesso Hussein definì quel conflitto contro la coalizione "la madre di tutte le battaglie", poichè creò le basi per il successivo impegno americano nella regione.
L'Iraq rispose con il lancio di otto missili Scud di fabricazione russa contro Israele. I lanci continuarono anche nei giorni successivi per un totale di 42 Scud lanciati, ma Israele non reagì militarmente per non mettere in difficoltà la coalizione guidata dagli americani, di cui facevano parte anche stati arabi come l'Egitto e i paesi del Golfo. Il 28 febbraio si conclusero tutte le operazioni militari: il bilancio delle vittime fu di 390 soldati della coalizone uccisi e 776 feriti mentre gli iracheni persero tra i 20.000 e i 35.000 uomini.
La storia ci svela le reali motivazioni di una guerra che durò appena 45 giorni, ma che influenzò in materia progressivamente determinante le relazioni internazionali negli anni '90. Per comprendere al meglio le ragioni del primo conflitto "in diretta Tv", bisogna definire il contesto iracheno prima dell'invasione del Kuwait. L'Iraq di Saddam Hussein nel 1990 era appena uscito da una lunga e deteriorante guerra contro l'Iran durata otto anni e dalla quale nessuna delle parti ne trasse un vero vantaggio.
Dopo l'accordo che diede termine al conflitto, il paese si ritovò in una grave crisi economica che colpì indiscriminatamente tutte le fasce della popolazione irachena. Saddam, in un primo momento, cercò un'alleanza con i paesi arabi del golfo, nel tentativo di esercitare pressioni all'interno dell'Opec con il fine ultimo di alzare i prezzi del petrolio e recuperare nuove entrate.
Ma il rifiuto di collaborazione da parte dell'Opec, innalzò la tensione politica regionale e diede a Saddam una sola alternativa al crescente deficit di bilancio, invadere un paese vicino e ricco di risorse naturali. La situazione di perenne instabilità politica ed economica diede la possibilità agli Usa di creare i presupposti per un maggiore coinvolgimento nella regione. Con due aleati come Israele e Arabia Saudita, gli Usa credettero di poter concludere l'operazione di "apeacemnt policy" in tutta la regione e circoscrivere il crescente pericolo iraniano.
Ma le cose andarono in maniera diversa. Le previsioni americane per la regione mediorientale si rivelarono prive di un progetto politico costruttivo e innescarono una strategia erroneamente interventista che contribuì alla creazione di un'immagine negativa degli stessi Usa tra i paesi arabi. La valutazione della prima Guerra del Golfo nel lungo periodo, può essere perciò definita in maniera negativa per gli Stati Uniti, che cominciarono con una vittoria ma non riuscirono a concludere la loro strategia.
Dopo il 2001, infatti, inizia la fase calante dell'influenza americana in Medio Oriente, a cominciare dal disastroso intervento in Afghanistan e il successivo in Iraq (2003). A distanza di 20 anni perciò, la situazione non sembra essere migliorata, ma semplicemente cristallizzata, in attesa di un nuovo evento che ne rompa lo status quo.
Luca Bellusci
La nuova sezione dedicata all'approfondimento di inchiesta. Prossima uscita:
Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
"Salvatore Giuliano. Di sicuro non c'è niente"



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