Diplomacy 2.0: un nuovo modo di fare politica
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Le reazioni politiche dei paesi Occidentali alle rivolte, che ormai si susseguono dal Maghreb all'Iran, hanno evidenziato un certo disorientamento nell'appoggiare quei movimenti spontanei nati grazie al web. Gli Usa hanno fatto propria la campagna per l'utilizzo libero della rete, ma cosa significa tutto ciò alla luce della vicenda Wikileaks?
La rivolta in Egitto, cha ha permesso la cacciata di Mubarak dal trono faraonico su cui sedeva, è stata appoggiata sin da subito dall'amministrazione americana, che ha invocato il rispetto della volontà popolare. Ma gli americani non si sono limitati al mero appoggio simbolico: essi hanno montato una campagna mediatica proprio su internet per permettere al maggior numero di persone di rimanere aggiornate sulla situazione araba.
Il mezzo con cui si è adoperata l'amministrazione Obama è senza dubbio il web. Attraverso social network come Twitter, si è riusciti a documentare le manifestazioni di piazza e la brutalità della repressione governativa. Il governo dell'ex presidente Mubarak aveva anche provato a disinnescare la bomba mediatica provocata dal web, chiudendo tutti i provider del paese.Ma la pressione esercitata dalla comunità internazionale riuscì a ristabilire e garantire la copertura internet in pochi giorni.
Grafico 1: Chiusura dei provider in Egitto il giorno 27 gennaio 2011
"Gli Stati Uniti si impegnano a difendere Internet dai regimi autoritari che, come continuiamo a vedere in queste settimane in cui la rivolta del Maghreb si e' spostata nel piu' grande Medio Oriente fino ad Iran, censurano e oscurano la Rete nel tentativo di bloccare le proteste". E quanto dichiarato dal Segretario di Stato, Hillary Clinton, in una conferenza tenuta alla George Washington University. "Noi stiamo adottando un approccio ampio ed innovativo che faccia corrispondere la nostra diplomazia con la tecnologia, per assicurare una rete di distribuzione di strumenti ed una diretta assistenza a chi sta in prima linea nelle proteste contro i regimi".
Gli Stati Uniti inoltre si sono fatti promotori di una nuova iniziativa: "Global Network Initiative", un'organizzazione non profit che riunisce aziende impegnate nella difesa dei diritti umani. Al momento hanno raccolto l'invito Google, Yahoo, Microsoft e associazioni come la Electronic Frontier Foundation.
Ma la domanda è se questo impegno nel salvaguardare il diritto di espressione sul web non sia una strumentale camapgna mediatica per nascondere sotto il tappeto la questione Wikileaks. "Voglio essere chiara -ha detto la Clinton- ho detto che l'incidente WikiLeaks è iniziato con un furto, proprio come il trafugamento di documenti da una valigetta. Il fatto che Wikileaks abbia usato il web -ha assicurato- non è il motivo per cui abbiamo criticato le sue azioni".
Certo è che la vicenda legata a Julian Assange rimane un argomento tabù per l'amministrazione americana. Il giudice della Corte di Londra, Howard Riddle, annuncerà la decisione sull'estradizione in Svezia di Julian Assange il 24 febbraio. Ma già si rincorrono le voci di una possibbile estradizione negli Usa, dove Assange secondo la difesa potrebbe incorrere anche nella pena di morte. Sembra chiaro come questa storia vada in netto contrasto con la campagna promossa per un web libero e critico contro i governi.
Diplomacy 2.0 - Un nuovo tipo di diplomazia perciò, che cerca di tenere il passo con l'avvento di nuovi strumenti comunicativi e al tempo stesso controllarli attraverso sempre più sofisticate tecnologie. Strumenti come Wikileaks risultano pericolosi avversari, in quanto protetti dall'arma dell'anonimato di chi fornisce le preziose informazioni, che spesso coinvolgono gli stati Occidentali. Creare una immagine positiva diventa perciò quasi una necessità per quei governi che hanno introdotto questa nuova diplomacy 2.0, con il tenativo non tanto mascherato di capovolgere governi ostili. Ma il paradosso rimane.
Come è possibile identificarsi come paladino della libertà "on web" di tutti i popoli soggiogati da regimi autoritari e allo stesso tempo incriminare soggetti che della libertà di informazione ne hanno fatto una bandiera? Forse dopo il 24 febbraio, cioè dopo la decisione per l'estradizione del fondatore di Wikileaks, riusciremo a capire meglio quale tipo di governance ci aspetta nel sempre più confinato mondo di internet.
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"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
"Salvatore Giuliano. Di sicuro non c'è niente"



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