"Freedom of the Press 2009”: l'Italia declassata a Paese «parzialmente libero»
| GEOPOLITICA |
In occasione della Giornata Internazionale per la libertà di stampa (World Press Freedom Day), celebrata lo scorso 3 maggio, Freedom House, organizzazione no profit fondata da Eleanor Roosevelt, ha stilato l’annuale rapporto sulla libertà di stampa. Il "Freedom of the Press 2009" ha evidenziato come la libertà di stampa sia tendenzialmente diminuita in tutto il mondo, non tralasciando quei Paesi considerati di consolidata democrazia.
Il rapporto declassa il nostro Paese al 73esimo posto su 195 Paesi esaminati e fa accendere un campanello d’allarme segnalando il peggioramento della libertà d’informazione mondiale.
La cosa che maggiormente ci deve far preoccupare è, inoltre, il passaggio dell’Italia dallo status di "Paese libero" a quello di "Paese parzialmente libero", insieme a Israele e Taiwan.
Arch Puddington, direttore di ricerca per Freedom House, ha commentato questi risultati affermando che «anche democrazie consolidate con media tradizionalmente aperti non sono immuni da restrizioni alla libertà».
Uno dei punti dolenti, a giudizio dell'organizzazione, è costituito "dalla concentrazione insolitamente alta della proprietà dei media rispetto agli standard europei". Il «problema principale dell’Italia», secondo Karin Karlekar, la ricercatrice che ha guidato lo studio, è Berlusconi. «Il suo ritorno nel 2008 al posto di premier ha risvegliato i timori sulla concentrazione di mezzi di comunicazione pubblici e privati sotto una sola guida», com’è confermato nel rapporto, infatti, il Presidente del Consiglio, controlla attraverso il governo la Rai e possiede Mediaset.
Inoltre, l'Italia è stata declassata in virtù «di limitazioni imposte dalla legislazione, per l'aumento delle intimidazioni nei confronti dei giornalisti da parte del crimine organizzato e di gruppi dell'estrema destra, e a causa di una preoccupante concentrazione della proprietà dei media», come si legge nel comunicato dell'Ong.
Delle 195 nazioni prese in esame da Freedom House, 70 sono giudicate "libere" (contro le 72 del 2008), 61 sono "parzialmente libere" (erano 59 lo scorso anno) e 64 sono " non libere".
Alla testa della classifica svettano i Paesi Scandinavi: l’Italia è preceduta da tutti i Paesi dell’Europa Occidentale. Dal Canada, dagli Usa, dal Giappone, da Palau, Santa Lucia, Isole Marshall, San Vincent e Granadine, Barbados, San Kitts e Nevis, Bahamas, Belize, Micronesia, Repubblica Dominicana, Suriname, Trinidad e Tobago, Vanatu, Grenada, Ghana, Mali, Isole Maurizio, Papua Nuova Guinea, Tuvalu, Uruguay, Kiribati, Capo Verde, Nauru, Sao Tome e Principe, Cile, Samoa, Guiana, Namibia, Isole Salomone, Sud Africa e Corea del Sud.
Il rapporto di Freedom House sottolinea che solo il 17% della popolazione mondiale vive in Paesi dove vige la libertà di stampa. Europa Centro-Orientale e Russia sono le nazioni in cui si sono registrate le restrizioni più gravi.
La tendenza generale verso la diminuzione alla libertà di stampa, lascia comunque spazio a rari miglioramenti, che riguardano le Maldive (che ha recentemente adottato una nuova Costituzione i cui si tutela la libertà di stampa) e la Guyana, dove sono sensibilmente diminuiti gli attacchi contro i giornalisti.
Il rapporto declassa il nostro Paese al 73esimo posto su 195 Paesi esaminati e fa accendere un campanello d’allarme segnalando il peggioramento della libertà d’informazione mondiale.
La cosa che maggiormente ci deve far preoccupare è, inoltre, il passaggio dell’Italia dallo status di "Paese libero" a quello di "Paese parzialmente libero", insieme a Israele e Taiwan.
Arch Puddington, direttore di ricerca per Freedom House, ha commentato questi risultati affermando che «anche democrazie consolidate con media tradizionalmente aperti non sono immuni da restrizioni alla libertà».
Uno dei punti dolenti, a giudizio dell'organizzazione, è costituito "dalla concentrazione insolitamente alta della proprietà dei media rispetto agli standard europei". Il «problema principale dell’Italia», secondo Karin Karlekar, la ricercatrice che ha guidato lo studio, è Berlusconi. «Il suo ritorno nel 2008 al posto di premier ha risvegliato i timori sulla concentrazione di mezzi di comunicazione pubblici e privati sotto una sola guida», com’è confermato nel rapporto, infatti, il Presidente del Consiglio, controlla attraverso il governo la Rai e possiede Mediaset.
Inoltre, l'Italia è stata declassata in virtù «di limitazioni imposte dalla legislazione, per l'aumento delle intimidazioni nei confronti dei giornalisti da parte del crimine organizzato e di gruppi dell'estrema destra, e a causa di una preoccupante concentrazione della proprietà dei media», come si legge nel comunicato dell'Ong.
Delle 195 nazioni prese in esame da Freedom House, 70 sono giudicate "libere" (contro le 72 del 2008), 61 sono "parzialmente libere" (erano 59 lo scorso anno) e 64 sono " non libere". Alla testa della classifica svettano i Paesi Scandinavi: l’Italia è preceduta da tutti i Paesi dell’Europa Occidentale. Dal Canada, dagli Usa, dal Giappone, da Palau, Santa Lucia, Isole Marshall, San Vincent e Granadine, Barbados, San Kitts e Nevis, Bahamas, Belize, Micronesia, Repubblica Dominicana, Suriname, Trinidad e Tobago, Vanatu, Grenada, Ghana, Mali, Isole Maurizio, Papua Nuova Guinea, Tuvalu, Uruguay, Kiribati, Capo Verde, Nauru, Sao Tome e Principe, Cile, Samoa, Guiana, Namibia, Isole Salomone, Sud Africa e Corea del Sud.
Il rapporto di Freedom House sottolinea che solo il 17% della popolazione mondiale vive in Paesi dove vige la libertà di stampa. Europa Centro-Orientale e Russia sono le nazioni in cui si sono registrate le restrizioni più gravi.
La tendenza generale verso la diminuzione alla libertà di stampa, lascia comunque spazio a rari miglioramenti, che riguardano le Maldive (che ha recentemente adottato una nuova Costituzione i cui si tutela la libertà di stampa) e la Guyana, dove sono sensibilmente diminuiti gli attacchi contro i giornalisti.
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