Gli interessi italiani in Libia: un posto al sole che non c'è
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"Cos'è che porta la libertà? Il commercio". Così la pensava Montesquieu nella prima metà del '700. Così la pensano oggi diversi economisti, anche italiani, che in nome del capitalismo vedono aprirsi distese di possibilità economiche e commerciali, definendole spesso come il preludio ad un'evoluzione socio politica di tutti gli attori (Stati) coinvolti.
Così la pensava anche Giulio Sapelli, noto economista e docente universitario, intervistato alcuni mesi fa dall'agenzia Il Velino. Sapelli affermava come la partnership con la Libia fosse molto positiva per l'Italia, elogiando il premier Berlusconi per essere stato il primo a stringere accordi con il Colonnello Gheddafi.
Forse una rivoluzione non era immaginabile, (forse anche perchè l'Italia in quanto a ricerche di intelligence ed analisi internazionali pecca in maniera vistosa), ma alcuni segnali d'allarme cerano già, eppure il governo italiano ha voluto impegnare il proprio denaro (pubblico) in investimenti che non avevano nulla di garantito, se non un profitto nel breve medio termine. Adesso, con la Libia in fiamme, le aziende italiane sono costrette alla ritirata ed anche i famosi contratti energetici, con cui l'Italia avrebbe avuto garantita l'efficenza energetica, sono in bilico.
C'è da sottolineare inoltre il tipo di investimenti fatti dall'Italia in Libia. Tra i più consistenti risulta quello del comparto dell'industria bellica. Il Trattato italo-libico di cooperazione e amicizia, firmato il 30 agosto 2008 ha aperto di fatto le porte del Paese nordafricano alla nostra industria militare. All’art. 20 si prevede infatti «un forte e ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari», nonché lo sviluppo della «collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze armate», mediante lo scambio di missioni di esperti e l’espletamento di manovre congiunte.
Di fatto questo accordo prevede la piena responsabilità della Libia per quanto concerne il contenimento dell'immigrazione, non tenendo conto delle denunce fatte dalle organizzazioni per i diritti umani e dalla stessa UE, che più volte hanno sottolineato le violenze e gli abusi perpetrati dalle forze dell’ordine libiche sugli immigrati e le pessime condizioni di detenzione.
Interessi nazionali. La Libia è tra i primi dieci acquirenti di armi dell'industria italiana. L'Italia è al primo posto tra i paesi esportatori e quinto tra gli importatori, con un interscambio commerciae nel primo semestre 2010 attorno ai 7 miliardi di euro e con stime superiore ai 12 miliardi per l'intero anno. L'Italia, inoltre, risulta essere il terzo Paese investitore tra quelli Europei (escludendo gli investimenti da petrolio) ed il quinto a livello mondiale. L'importanza che il Paese nordafricano riveste per l'Italia è dimostrata anche dalla presenza stabile in Libia di oltre 100 imprese, prevalentemente collegate al settore petrolifero ed alle infrastrutture, ai settori della meccanica, dei prodotti e della tecnologia per le costruzioni.
Il maggiore investitore nel Paese italiano è Eni, con le società Eni Oil e Eni Gas (ora Mellitah Oil & Gas) ed altre del gruppo operanti nel settore degli idrocarburi come Saipem. Presente anche Finmeccanica attraverso società del gruppo come Selex Sistemi Integrati, Ansaldo Sts, Selex Communications e AgustaWestland. Nel settore delle costruzioni si distinguono Impregilo, Bonatti, Garboli-Conicos, Maltauro, Ferretti Group. Altri settori sono quelli delle centrali termiche, (Enel power), impiantistica (Tecnimont, Techint, Snam Progetti, Edison, Ava, Cosmi, Chimec, Technip). Sono presenti inoltre Telecom, Prysmian Cables (ex Pirelli Cavi).
L'oro nero. La Libia è il primo fornitore di petrolio in Italia, con il 23% del totale e terzo fornitore per il Gas. Tripoli è uno dei principali produttori di petrolio in Africa, con 1,8 milioni di barili al giorno. Si stima che le sue riserve ammontino a 42 miliardi di barili. Il petrolio rappresenta più del 95% delle esportazioni e il 75% del bilancio dello Stato libico. (stime MF).
Rischio instabilità finanziaria in Italia? Secondo le stime del "Il Sole 24Ore", la Libia detiene il 7% di Unicredit ed ha un proprio rappresentante, Farhat Bengdara, in qualità di vice -presidente. Inoltre diverse agenzie finanziarie filo-governative hanno ingenti investimenti nel nostro paese, derivati dai profitti petroliferi. E' evidente perciò come un rovescio dell'apparato governativo in Libia risulterebbe un fattore di stress finanziario per il nostro paese difficilmente gestibile, con potenziali conseguenze negative per tutta l'economia italiana. Per questo motivo le dichiarazioni "fuori dal coro" di Berlusconi, risultano essere un mero tentativo diplomatico per permettere di salvaguardare gli interessi nazionali.
Intanto in Libia si muore in nome della libertà.
La nuova sezione dedicata all'approfondimento di inchiesta. Prossima uscita:
Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
"Salvatore Giuliano. Di sicuro non c'è niente"



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