Il mito della “Twitter Revolution” in Iran
| GEOPOLITICA |

Pubblichiamo un articolo del Guardian sulla situazione in Iran ad un anno dalle contestate elezioni che hanno confermato il potere dei conservatori. L'Iran è ancora una teocrazia illiberale; la politica occidentale tuttavia si prefigge unicamente di ostacolare la politica islamica, invece di avviare un dialogo con essa – scrive l’analista Abbas Barzegar.
E’ trascorso un anno intero da quando ebbi il privilegio di assistere e di scrivere delle fatidiche elezioni iraniane. Tuttavia, mi chiedo ancora quale storia sia stata più duratura – lo sconvolgimento politico reale che ha lacerato la società iraniana, o la frenesia dei mass media di tutto il mondo che lo hanno frainteso, almeno per la maggior parte. Dopo aver superato la linea di demarcazione tra aperto sostegno e analisi oggettiva per un anno intero, ed aver frainteso la questione, un numero sempre maggiore di “esperti” e personaggi mediatici stanno facendo marcia indietro. Mentre l’errore di perdersi in fantasie come quella della “Twitter Revolution” e del collasso della Repubblica Islamica può essere comprensibile, mi chiedo se lo sia anche la scorretta logica che ha permesso tali errori. Questo è importante, in quanto una cattiva analisi porta ad una politica ancora peggiore. Facciamo dunque un passo indietro.
Purtroppo, può darsi che il “movimento verde”, che aveva promesso di porre definitivamente fine allo scontro di civiltà e di inaugurare il trionfo cosmico della democrazia liberale, non sia stato nulla di più di una convergenza accidentale di forze. A causa della brutale repressione da parte delle forze dello Stato, o della mancanza di leadership e di direzione sistemica (probabilmente di entrambe), gli attivisti vestiti di verde al seguito di Mousavi, che sconvolsero il mondo dopo le elezioni, si sono rapidamente frammentati e sono tornati alle loro precedenti divisioni sociali, lasciando solo un nocciolo duro di dissidenti disposti a confrontarsi con il regime islamico. Le masse che hanno riempito le strade nel giugno scorso sono da tempo ritornate ai loro negozi nei Bazaar, alle tradizionali funzioni religiose, o alle loro ville nella parte settentrionale di Teheran. La maggior parte di loro è visibilmente tornata al tran tran quotidiano e al nichilismo mondano del vivere in quella “pentola a pressione” politica che è l’Iran contemporaneo.
Tuttavia, anche gli esperti di oggi operano nell’illusione che vi sia effettivamente un movimento favorevole alla democrazia in Iran che rappresenta la maggioranza della società. Mentre il movimento verde si è costantemente indebolito invece di essersi rafforzato nel corso dell’anno, i nostri emeriti educatori hanno risposto con la promessa di una “vittoria finale”, o ricordandoci che “si tratta di una lotta graduale”. Di fronte a pigre manifestazioni di protesta, ci hanno raccontato di un aumento di utenti di chat e di grida che scandivano “Allah Akbar” elevarsi dai tetti a mezzanotte, quando avrebbero dovuto semplicemente raccontarci la realtà della violenta neutralizzazione politica e di un’angoscia adolescenziale fuori posto. Questi stessi analisti hanno interpretato le critiche interne a Ahmadinejad, come quella rivoltagli dai fratelli Larijani, come il segno di una frattura in seno al regime, invece di riconoscere il riconsolidamento di una tradizionale, seppur stanca, base clericale. Hanno letto il silenzio di Rafsanjani in questo anno come la tattica calcolata di un politico accorto piuttosto che come la ritirata di un signore della mafia invecchiato e sconfitto che cerca di mantenere la sua posizione. Intendiamoci, gli sconvolgimenti politici in Iran sono stati tremendi, ma non assomigliavano nemmeno lontanamente a ciò che abbiamo immaginato.
Dove ci hanno portati questi consigli esperti? Ad un anno dalle elezioni, l’Iran è ancora una teocrazia illiberale, è ancora ugualmente lontano dal sospendere il suo programma di arricchimento dell’uranio, è ancora determinante per la formazione del governo in Iraq, e il destino dello Stretto di Hormuz è ancora appeso ad un filo. In realtà, si può tranquillamente affermare che, fin dalla stessa rivoluzione iraniana, i presunti esperti e i politici che li ascoltano hanno solamente commesso errori per quanto riguarda l’Iran. Quello che non sembrano accettare è ciò che è stato così ovvio per tanto tempo – la Repubblica Islamica dell’Iran non sta andando da nessuna parte sul breve periodo.
Lo stesso vale per l’Islam politico in generale, eppure nessuno sembra pronto ad affrontare la realtà. Dal boicottaggio del governo di Hamas– democraticamente eletto – in Palestina ai milioni di dollari destinati alla promozione di istituzioni islamiche moderate (ovvero laiche), la politica occidentale ha il solo scopo di ostacolare la politica islamica piuttosto che di avviare un dialogo con essa.
Ciò non ha solamente messo in ridicolo le istituzioni giuridiche internazionali ed i valori che sono chiamate a sostenere, ma ha servito l’obiettivo opposto. Dopo 30 anni di boicottaggio e ripetuti fiaschi israeliani, il Libano è ora effettivamente governato da Hezbollah. Dopo la più lunga guerra nella storia degli Stati Uniti, i Talebani si rifiutano di negoziare perché sono convinti di aver vinto. Disponendo di persone come Faisal Shahzad, il jihadismo salafita non ha bisogno di una rete organizzata, tanto meno di un leader come Bin Laden. E ora l’élite laica della Turchia è stata sommersa dai canti che scandivano “Istanbul è Gerusalemme”. Tuttavia, nessuno si sveglia di fronte a questi segnali.
L’idealismo liberale può essere piacevole per una lezione scolastica ma non ha alcun posto nel mondo della realpolitik. Nell’era delle flottiglie di Gaza, di Baha Mousa (un civile iracheno che lavorava nella reception di un albergo allorché fu arrestato dalle truppe britanniche, nel settembre 2003; egli morì mentre era in stato di detenzione in una base britannica, a seguito delle torture subite (N.d.T.) ) e di Guantanamo, non ha nemmeno il diritto di sollevare la testa. Fortunatamente, nel caso dell’Iran vi è stata anche una tranquilla e costante copertura analitica e realistica, che ha ben compreso la questione negli ultimi 12 mesi. Più in particolare, gli analisti Flynt Leverett e Hillary Mann, a Washington, e Mehrdad Khonsari, a Londra, hanno offerto valutazioni che presentano un quadro realistico di ciò che sta accadendo e di come procedere. Per ironia della sorte, dobbiamo anche apprezzare l’atteggiamento pragmatico della Casa Bianca e del Pentagono, che finora hanno almeno evitato un’ulteriore discesa nel caos in Medio Oriente.
E’ stato doloroso assistere alla crudeltà dispotica e alla degenerazione politica dell’Iran nel corso dell’ultimo anno, ma è stato altrettanto insopportabile notare il cronico rifiuto dell’intellighenzia occidentale di comprendere la natura della politica islamica radicata nelle società musulmane. Non si tratta solo di come raccontare una storia, ma di come affrontare la realtà dell’islamismo nel XXI secolo. Resta da vedere se i nostri leader ed educatori siano pronti ad accettare tali esperimenti islamici nell’ambito della governance moderna, e quindi a cercare possibili strade per un dialogo onesto ed equo. Spero solo che non ci voglia un’altra “Twitter Revolution”.
Original Version: The myth of Iran’s Twitter revolution. - Abbas Barzegar è un dottorando in studi religiosi presso la Emory University ad Atlanta, in Georgia (USA). Traduzione a cura di MedArab News
La nuova sezione dedicata all'approfondimento di inchiesta. Prossima uscita:
Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
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