Il rebus siriano: analisi della crisi politica
| GEOPOLITICA |

La rivolta in Siria non sembra giungere a una conclusione rapida e indolore. Dopo le sommosse rivoluzionarie in Maghreb, che hanno contraddistinto il periodo febbraio – aprile di quest’anno, un’ennesima ondata di rivolte ha colpito un Paese storicamente considerato “moderato” dall’Occidente. La Siria oggi si trova davanti a un bivio e non è facile prevedere da quale parte propenderà, tantomeno conoscere il futuro ruolo degli Assad. Probabilmente il declino del partito Ba’ath apre la strada verso un modello multipartitico nel Paese, sullo stile di quello federale iracheno.
Durante il mio viaggio in Siria nel 2009, in molti di quei luoghi dove ora incalzano le proteste anti governative, ebbi la possibilità di costatare la difficile situazione socio-economica della popolazione siriana: diversi paesi e villaggi erano senza elettricità, in molti centri la corrente veniva parzialmente limitata per ridurre i consumi, così come per l’acqua. Anche per quanto riguarda i diritti civili, la situazione non era delle migliori; ricordo come durante un appuntamento, in un caffè di Aleppo, un caro amico mi chiese con insistenza di non fare alcun accenno a questioni di natura politica. La motivazione che diede era legata al presunto pericolo di essere fermati per un controllo da agenti governativi, i quali avrebbero potuto inscenare problemi per via dell’origine curda del mio amico. Il clima che si percepiva era quello di un Paese in bilico tra una società multietnica e multiconfessionale, dominata da una minoranza religiosa, quella alewita, e dove vi erano grandi differenze sociali e scarso rispetto per i diritti civili.
La famiglia Assad governa la Siria dal ’71, dopo il golpe militare che portò alla ribalta il generale Hafez. Oggi il Paese è guidato dal figlio Bashar al Assad e dalla famiglia “allargata”: il fratello del presidente, Maher al-Assad, è il capo della Guardia presidenziale siriana; Assef Shawkat, marito della sorella del presidente, è l’attuale capo dei servizi segreti; Mudar al-Assad, ricco imprenditore che detiene il monopolio in alcuni settori dell’economia siriana. La Siria di Bashar al Assad è considerata l’ago della bilancia degli equilibri regionali del Medio Oriente, per via del suo ruolo attivo in diversi scenari: la risoluzione della controversia sulle alture del Golan con Israele; la rinnovata cooperazione con la Turchia, dopo un lungo periodo di tensioni; come mediatore nel conflitto israelo-palestinese; per la visione strategica condivisa con l’Iran e Hezbollah; per il sostegno alla popolazione irachena, durante il conflitto del 2003.
Tutti questi fattori hanno determinato una politica tesa al dialogo con tutti gli attori, perfino con gli Usa che, dopo un periodo contraddistinto dal congelamento delle relazioni diplomatiche, hanno ripreso un dialogo con Damasco. La rilevanza geopolitica della Siria risulta perciò di fondamentale importanza anche per gli altri attori internazionali e le recenti manifestazioni, spesso represse nel sangue, non fanno che aumentare le preoccupazioni per un’alterazione dei fragili equilibri interni.
Le proteste siriane sono cominciate nella città di Dara’a, nella regione meridionale della Siria, innescando progressivamente un effetto domino in tutto il Paese e arrivando sino ad Aleppo, seconda città per grandezza dopo Damasco, situata nell’estremo nord. La natura delle proteste è ben nota: la popolazione chiede la fine dello stato d’emergenza che vige dal 1963 e che nei fatti obbliga la società civile a un costante controllo e coercizione da parte degli apparati di sicurezza governativi. Secondo le ultime stime ufficiali diramate dall’ONU, le vittime fino alla scorsa settimana ammontavano a circa 750 persone, la maggior parte della quale civili. Michel Chossudovsky, professore dell’Università di Ottawa ed esperto di questioni socio-economiche dei Paesi mediorientali, afferma come la destabilizzazione siriana sia stata provocata da agenti esterni, fomentata poi dall’operazione mediatica dei principali canali d’informazione, che spesso hanno “costruito” notizie non rispondenti al vero.
Attraverso l’analisi della stampa regionale, Chossudovsky evidenzia come ci siano delle evidenti distorsioni delle notizie, a favore del movimento di ribellione interno al Paese. Ad esempio, la morte di numerosi agenti di polizia non è mai stata menzionata se non da quotidiani arabi come il libanese “Ya Libnan” o dall’Israel National News Report. Esistono forti dubbi anche sulla reale natura di queste proteste, nate come accennato prima nella città di Dara’a: molti testimoni hanno affermato come tra i manifestanti ci fossero gruppi di uomini armati. Inoltre, non mancano le notizie che riferiscono di un supporto militare di Hezbollah e Iran per contenere le proteste, considerato l’alto numero di defezioni nell’esercito siriano causato dal rifiuto di sparare contro la popolazione.
Continua a leggere... GEOINFORMAZIONE
La nuova sezione dedicata all'approfondimento di inchiesta. Prossima uscita:
Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
"Salvatore Giuliano. Di sicuro non c'è niente"



.png)



sempre con i lavoratori e gli artigia...
Ma davverò credete che giuliano e st...
Dovrebbe emergere con estrema chiarez...