L'Aquila anno primo
| GEOPOLITICA |
Premetto da subito che non è facile e chiedo scusa fin dall’inizio se parlerò in prima persona e in modo forse confuso. Il fatto è che, dopo tante lucide e ragionate analisi sulla situazione a L’Aquila dopo il terremoto del 6 aprile scorso, oggi è più che altro il giorno dei ricordi, dei pensieri che volano senza una guida e delle sensazioni
I ricordi della notte appena trascorsa, insieme ad altre decine di migliaia di concittadini, per le vie di una città ridotta a un cumulo di macerie e a palazzi abbandonati e cupi. Di strade e piazze abbandonate e buie da un anno a questa parte, che invece ieri erano illuminate dalle fiaccole delle persone che affollavano la città. I ricordi di una città che ha vissuto, di palazzi che hanno visto persone e vita, di negozi e strade che sono stati testimoni, per anni e anni, di una quotidianità che potrebbe apparire normalità in qualsiasi altro posto. Ma non qui. Dove la normalità attuale si chiama silenzio, distruzione e abbandono.
La sensazione surreale di una piazza, Piazza Duomo, che non è mai stata così spenta, seppur non fosse mai stata neanche così piena di persone. Tutto questo era ieri, ed è oggi, L’Aquila. E poi la sensazione di essere una città stuprata, dal terremoto prima e dalle passerelle di personaggi politici e di spettacolo (quanto coincidono oggi questi due mondi…), poi. Passerelle che continuano senza tregua, quando invece chi quelle vie le ha abitate per decenni non può vederle, perché a distanza di un anno ancora invase dalle macerie e sorvegliate da uomini in divisa che impediscono il passaggio. E poi ancora, anzi, soprattutto, il dolore. Quei 308 rintocchi di campana, alle 3 e 32 (maledetta ora in cui la terra decise di tremare) in una piazza gremita eppure silente e commossa e addolorata, chi potrà dimenticarli (“mai sentito tanto silenzio in una piazza così piena”, è uno dei più ricorrenti commenti delle persone che hanno partecipato alla commemorazione su Facebook). Chi potrà dimenticare i volti, gli sguardi persi delle persone, la sofferenza, il dolore che diventa fisico, nel momento in cui un’ambulanza deve intervenire a portare via una persona svenuta, che non ha retto al mix di emozioni.
Difficile da descrivere, difficile parlarne. Il senso di smarrimento che mi prende come una morsa la mente e il cuore, mentre attraverso quelle strade tra 30.000 persone con le fiaccole e i lumi in mano e lo sguardo in basso. O, in alternanza, in alto, a guardare in silenzio quelle case sventrate che fino a un anno fa erano la cornice abituale della nostra vita quotidiana e che oggi sembrano essere il set abbandonato di un film girato tanti e tanti anni fa. Mai come la notte appena passata ho avuto la sensazione che due detti di popolare memoria siano realmente così veri: “straniero in casa propria” e “solo in mezzo agli altri”. Straniero in casa propria perché in realtà sembrava di attraversare vie nuove per la prima volta, solo in mezzo agli altri perché, mai come ieri, ho visto con i miei occhi e con il mio cuore una moltitudine così grande di persone sole. Ognuna assorta nei propri personali ricordi e pensieri, ognuna in silenzio impegnata a riflettere su chissà cosa. Qualcosa di molto intimo, qualcosa che non sarebbe giusto neanche indagare (sarebbe l’ennesimo stupro).
Questa era L’Aquila ieri. Questa sarà L’Aquila oggi. Non c’è tanto spazio, né voglia, per altri tipi di discorsi che pur si dovranno affrontare e che pur dentro di me sto già affrontando. Ma per oggi basta così. L’Aquila c’era, ma paradossalmente non c’era. C’erano gli aquilani, ma non c’era L’Aquila. C’era L’Aquila ferita, ma non c’erano gli aquilani a viverla. Bensì a usarla come teatro della loro rabbia, del loro dolore, della loro inconsolabile sofferenza. E poi 308 pensieri speciali, tra cui a Benedetta. Più uno, ancora una volta, a L’Aquila.
A futura memoria di un Paese che adesso ha bisogno di azioni, di Politica, di partecipazione e di giustizia. Anche e soprattutto partendo dal dolore e dalle cose tragiche e partendo da chi sta soffrendo in prima persona e vorrebbe, e dovrebbe, essere reso partecipe del proprio futuro. Lo diceva De Andrè: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Che lo strazio di oggi sia da sprone alla gioia di domani. Questa dovrebbe essere buona amministrazione, questa dovrebbe essere l’Italia di cui vorremmo sentire parlare nei prossimi anni. A L’Aquila, come era e come sogno che sarà. 6 aprile 2009 – 6 aprile 2010
di Stefano Torelli
fonte: Lo Spazio della Politica
La nuova sezione dedicata all'approfondimento di inchiesta. Prossima uscita:
Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
"Salvatore Giuliano. Di sicuro non c'è niente"



.png)



sempre con i lavoratori e gli artigia...
Ma davverò credete che giuliano e st...
Dovrebbe emergere con estrema chiarez...