Libia, liberi di occupare
| GEOPOLITICA |

La popolazione libica è giunta a una svolta. Una svolta storica perché dopo un lungo periodo coloniale e un successivo periodo contraddistinto da un regime assolutista e personale, ora si ritrova a dover fronteggiare una nuova stagione che senza troppa enfasi si può definire neo coloniale.
Il vento rivoluzionario del Maghreb è arrivato anche in Libia. Nei giorni immediatamente successivi alla rivoluzione dei gelsomini in Tunisia mi sono fermato più volte a discutere con ragazzi provenienti dal nord dell’Africa, sulle dinamiche innescate da questa rivoluzione. Le testimonianze più interessanti le ho riscontrate parlando con ragazzi provenienti proprio dalla Libia. Molti di loro, studenti qui in Italia, mi hanno saputo dare un quadro esauriente sulle cause che hanno portato alle rivolte in Tunisia, Egitto e in parte in Algeria. Ma quando il discorso portava inevitabilmente alla situazione libica, molti dei miei interlocutori accennavano un sorriso sarcastico dicendomi: “in Libia noi stiamo bene, i soldi non mancano e la popolazione vive bene”.
Certo, per uno studente libico qui in Italia, la Libia e il governo Gheddafi rappresentavano una grande opportunità. Con borse di studio che sfioravano i duemila euro a cranio, i ragazzi libici erano ben contenti di venire in Italia per sei mesi, imparare la lingua e passare un piacevole soggiorno, pagato con i proventi del petrolio. La loro visione era completamente offuscata da una miopia congenita alle nuove generazioni della Libia. Molti affermavano come il governo libico si sia impegnato nel creare forti scambi culturali con l’Italia, a conferma delle buone relazioni intrattenute tra i due governi. Il benessere di cui parlavano però era circoscritto all’elite che faceva capo alla famiglia Gheddafi. Il resto della popolazione vive di stenti, non potendo accedere a un’equa redistribuzione delle ricchezze, derivate dalla vendita di petrolio, in gran parte destinato all’Italia.
Per capire il più possibile il contesto sociale libico è utile fare delle premesse. Il territorio della Libia, grande cinque volte l’Italia, conta una popolazione di circa sette milioni di persone. Al suo interno esiste una variegata distinzione etnica, composta in larga parte da arabi, berberi, tuareg, toubu e altre minoranze. Il regime libico ha sempre favorito la parte berbera, per via della diretta appartenenza del colonnello Gheddafi. La berberizzazione della Libia è cominciata negli anni ’70, subito dopo il golpe militare che portò Gheddafi al potere. La strategia era di convogliare tutte le persone direttamente coinvolte con la famiglia Gheddafi e inserirle nei posti di alto comando sia degli apparati burocratici sia in quelli militari. Ciò ha causato, come diretta conseguenza, una forte divisione all’interno della società libica, creando spesso faide tra famiglie dominanti.
Il 21 febbraio 2011, il National Transitional Council (NTC), creatosi in maniera pressoché immediata in concomitanza con le prime proteste esplose nella regione orientale della Cirenaica, dichiara di voler rovesciare il regime del colonnello per ristabilire un nuovo governo di ispirazione popolare. I continui messaggi inviati dal NTC e dalla diaspora dei dissidenti hanno provocato un’insurrezione nelle città costiere di Bengasi, Misurata, Sirte, Tobruk. Ma la vera miccia è partita dall’Egitto, grazie ad alcuni blogger che hanno ripreso la rivolta egiziana come miccia da far detonare anche in Libia.
Il governo francese è stato tra i primi a riconoscere il governo provvisorio del NTC guidato da ex membri del governo Gheddafi, come l’ex ministro della Giustizia Abdel Jalil, e da avvocati e giudici di Bengasi. Proprio il riconoscimento così prematuro da parte della Francia ha fatto storcere il naso a diversi analisti politici che non hanno esitato a definire quest’azione come preludio di un massiccio coinvolgimento neo colonialista francese in Libia.
Perché neo colonialista? La risoluzione dell’Onu 1973 del 17 marzo scorso consente alla “coalizione dei volenterosi” , capeggiata da Francia, USA e GB, di poter sorvolare con aerei da guerra il territorio libico al fine di contrastare l’avanzata delle forze fedeli al colonnello Gheddafi nei territori gestiti dai ribelli. L’uso della forza sarebbe espressamente autorizzato all’art. 6 della risoluzione. In ambito giuridico e del diritto internazionale, alcuni esperti hanno evidenziato come il primo precedente d‘intervento armato a scopo umanitario sia stato nella guerra del Kosovo contro Slobodan Milosevic nel 1999. In quell’occasione il diritto internazionale corse in aiuto ai paesi della Nato che, attraverso la redazione del documento Rambouillet, obbligava la Serbia ad accettare la presenza di truppe straniere sul suo territorio, violando automaticamente il diritto di sovranità nazionale. Con quella mossa la Nato riuscì a giustificare l’intervento aereo armato sulla Serbia. Nel 2008 venne creato uno stato indipendente kosovaro, sotto la protezione degli USA e UE, interessati a mantenere un proprio protettorato in quella regione così complessa come i Balcani.
Forse un altro precedente rende più chiara la strategia neo colonialista. Il caso iracheno. Le similitudine tra l’Iraq di Saddam Hussein e la Libia di Gheddafi sono piuttosto evidenti.
CONTINUA….GEOINFORMAZIONE
La nuova sezione dedicata all'approfondimento di inchiesta. Prossima uscita:
Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
"Salvatore Giuliano. Di sicuro non c'è niente"



.png)



sempre con i lavoratori e gli artigia...
Ma davverò credete che giuliano e st...
Dovrebbe emergere con estrema chiarez...