L'insostenibile leggerezza dell'etere preme su Gaza
| GEOPOLITICA |
Il precedente. Martedì 4 novembre, carri armati israeliani insieme ad un bulldozer entrano nella porzione di territorio amministrata da Hamas, per compiere un operazione di sabotaggio su alcuni tunnel scavati dai miliziani arabi, costruiti, a detta del Idf (Forze di difesa israeliane), con lo scopo di
rapire i soldati israeliani; nell'operazione congiunta con l'aviazione, morirono sei palestinesi. Questo fu il primo vero segnale di rottura di quella tregua che venne faticosamente raggiunta alla conferenza di Annapolis nel 2007.
L'attacco. Il 27 dicembre l'esercito con la stella di David iniziò un'escalation di attacchi contro la striscia di Gaza per eliminare i capi di Hamas e non solo. Ad oggi i morti sono circa 1000. L'attacco venne giustificato come risposta alle persistenti offensive di Hamas sui territori limitrofi alla striscia, attraverso il lancio di razzi Qassam e con ripetuti colpi di mortaio. Atti, questi, che secondo le fonti militari israeliane erano tesi a destabilizzare ulteriormente la già fragile tregua tra i due schieramenti. Le versioni non coincidono? Nulla di più normale, visto e considerato come venne trattata la notizia del primo attacco israeliano che, in maniera perentoria, segnò la definitiva fine della tregua.
Costruttori di notizie. Nei giorni scorsi numerose fonti giornalistiche diedero per buona la (falsa) notizia che ha rompere la tregua fossero stati “i terroristi” di Hamas. Niente di più sbagliato se prendiamo per buoni i lanci d'agenzia del 4 novembre. In realtà non si trattò di un errore involontario. L'evidente forza di Israele non si misura soltanto attraverso le forze schierate sul campo ma altresì tramite l'informazione, o la disinformazione, ed il controllo che essa ha su molti dei canali mediatici internazionali. Questa è una delle caratteristiche dei conflitti post-moderni, in cui alla strategia militare va accompagnata una forse più meticolosa strategia mediatica, per poter così capitalizzare al meglio i vantaggi di ogni singola operazione, da quella che Noam Chomsky definisce inesorabilmente la fabbrica del consenso. Una tipica offensiva mediatica in tal senso è quella orchestrata in questi giorni da un sito internet americano stoptheism.com che descrive come collaboratore dei terroristi palestinesi il reporter italiano Vittorio Arrigoni, uno dei pochi internazionali rimasti a Gaza per documentare la guerra in atto. Il reporter italiano, collaboratore tra l'altro del Manifesto e della radio italo-iraniana Irib, viene etichettato come terrorista in quanto appartenente al Ism (Movimento di solidarietà internazionale), un'organizzazione che si batte da anni per il rispetto dei diritti umani nei territori occupati. Nel sito si fanno chiare minacce, anche di morte, a tutti i componenti di questa organizzazione che sono rimasti in prima linea per aiutare la popolazione civile di Gaza. Non c'è dubbio che siti come questo contribuiscano a instillare falsi concetti e pregiudizi sull'opinione pubblica in un contesto, quello israeliano-palestinese, assai complesso. Se poi ci aggiungiamo la partecipazione e le prese di posizione di analisti e studiosi a favore di questi estremismi, è il caso di Lee Kaplan, allora la cosa diventa molto più di una semplice guerra tra blog.
La diplomazia. La comunità internazionale ha condannato duramente l'escalation di violenza che colpisce soprattutto la popolazione civile di Gaza. Il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, si recherà in Medio Oriente per cercare una soluzione “regionale”, che inquadri cioè tutti i paesi arabi nello sforzo congiunto per risolvere la questione, anche se non tratterà direttamente con Hamas. Intanto la condanna ad un uso smisurato della forza, da parte di Israele, si fa unanime. É interessante sottolineare che Israele non rientra tra i paesi firmatari del tribunale internazionale dell'Aia per i crimini di guerra e che quindi non è soggetto a nessun tipo di iniziativa in tal senso. Il governo italiano, tramite il suo ministero degli Esteri, fa sapere di essere molto preoccupato per la pericolosa spirale che sta prendendo la vicenda. Le preoccupazioni riguardano un possibile coinvolgimento dal Libano di Hezbollah, che provocherebbe l'estendersi del conflitto e metterebbe a rischio la stessa missione Unifil, creata per contenere e controllare tutte le attività al confine.
L'attacco. Il 27 dicembre l'esercito con la stella di David iniziò un'escalation di attacchi contro la striscia di Gaza per eliminare i capi di Hamas e non solo. Ad oggi i morti sono circa 1000. L'attacco venne giustificato come risposta alle persistenti offensive di Hamas sui territori limitrofi alla striscia, attraverso il lancio di razzi Qassam e con ripetuti colpi di mortaio. Atti, questi, che secondo le fonti militari israeliane erano tesi a destabilizzare ulteriormente la già fragile tregua tra i due schieramenti. Le versioni non coincidono? Nulla di più normale, visto e considerato come venne trattata la notizia del primo attacco israeliano che, in maniera perentoria, segnò la definitiva fine della tregua.
Costruttori di notizie. Nei giorni scorsi numerose fonti giornalistiche diedero per buona la (falsa) notizia che ha rompere la tregua fossero stati “i terroristi” di Hamas. Niente di più sbagliato se prendiamo per buoni i lanci d'agenzia del 4 novembre. In realtà non si trattò di un errore involontario. L'evidente forza di Israele non si misura soltanto attraverso le forze schierate sul campo ma altresì tramite l'informazione, o la disinformazione, ed il controllo che essa ha su molti dei canali mediatici internazionali. Questa è una delle caratteristiche dei conflitti post-moderni, in cui alla strategia militare va accompagnata una forse più meticolosa strategia mediatica, per poter così capitalizzare al meglio i vantaggi di ogni singola operazione, da quella che Noam Chomsky definisce inesorabilmente la fabbrica del consenso. Una tipica offensiva mediatica in tal senso è quella orchestrata in questi giorni da un sito internet americano stoptheism.com che descrive come collaboratore dei terroristi palestinesi il reporter italiano Vittorio Arrigoni, uno dei pochi internazionali rimasti a Gaza per documentare la guerra in atto. Il reporter italiano, collaboratore tra l'altro del Manifesto e della radio italo-iraniana Irib, viene etichettato come terrorista in quanto appartenente al Ism (Movimento di solidarietà internazionale), un'organizzazione che si batte da anni per il rispetto dei diritti umani nei territori occupati. Nel sito si fanno chiare minacce, anche di morte, a tutti i componenti di questa organizzazione che sono rimasti in prima linea per aiutare la popolazione civile di Gaza. Non c'è dubbio che siti come questo contribuiscano a instillare falsi concetti e pregiudizi sull'opinione pubblica in un contesto, quello israeliano-palestinese, assai complesso. Se poi ci aggiungiamo la partecipazione e le prese di posizione di analisti e studiosi a favore di questi estremismi, è il caso di Lee Kaplan, allora la cosa diventa molto più di una semplice guerra tra blog.La diplomazia. La comunità internazionale ha condannato duramente l'escalation di violenza che colpisce soprattutto la popolazione civile di Gaza. Il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, si recherà in Medio Oriente per cercare una soluzione “regionale”, che inquadri cioè tutti i paesi arabi nello sforzo congiunto per risolvere la questione, anche se non tratterà direttamente con Hamas. Intanto la condanna ad un uso smisurato della forza, da parte di Israele, si fa unanime. É interessante sottolineare che Israele non rientra tra i paesi firmatari del tribunale internazionale dell'Aia per i crimini di guerra e che quindi non è soggetto a nessun tipo di iniziativa in tal senso. Il governo italiano, tramite il suo ministero degli Esteri, fa sapere di essere molto preoccupato per la pericolosa spirale che sta prendendo la vicenda. Le preoccupazioni riguardano un possibile coinvolgimento dal Libano di Hezbollah, che provocherebbe l'estendersi del conflitto e metterebbe a rischio la stessa missione Unifil, creata per contenere e controllare tutte le attività al confine.
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