Marocco: Ceuta B-SIDE
| GEOPOLITICA |
Ad un non-europeo può succedere anche questo…Tra la fine di agosto e l’inizio di ottobre migliaia di immigrati, dopo aver attraversato il Sahara, sono giunti in vista dell’avamposto europeo in Africa, le due enclavi spagnole di Ceuta e Melilla
Pochi metri li separavano dall’Europa, e la tentazione era troppo grande per non saltare il doppio reticolato, per guadagnare la terra promessa. Solo poche centinaia di immigrati ce l’hanno fatta: la stragrande maggioranza è stata respinta o ributtata al di là delle barriere. Una quindicina i morti, centinaia i feriti lungo la frontiera della speranza. A sparare, da entrambe le parti, forze dell’ordine spagnole e marocchine.
L’associazione Medici senza frontiere (Msf), da oltre due anni presente nelle due enclavi per occuparsi degli immigrati subsahariani in transito dal Marocco, ha testimoniato la violenza con la quale l’assalto è stato respinto. Subito dopo le prime ondate, la sorveglianza è stata rafforzata, anche dalla parte del Marocco. I feriti sono risultati colpiti non solo da pallottole di gomma, ma da piombo vero; sono stati bastonati, morsi dai cani. Il salto delle reti, protette da filo spinato, ha prodotto lacerazioni profonde, fratture e traumi di diversa gravità. Nel rimpallo delle responsabilità, la Spagna ha intimato al Marocco di rispettare i patti, l’accordo sull’immigrazione che obbliga Rabat a contrastare l’immigrazione illegale verso la Spagna. I due paesi si sono divisi il lavoro sporco. Madrid ha provveduto a ricacciare indietro gli immigrati irregolari e il Marocco a deportarli.
Il governo di Rabat ha adottato la tecnica più facile: allontanare gli immigrati dalle due enclavi e ricacciarli nel deserto. Lontano dalle telecamere, che avevano mostrato al mondo l’assalto ai reticolati, le autorità marocchine hanno abbandonato al loro destino gli immigrati. Secondo la denuncia di due ong, la francese Cimade e la marocchina Afvic, le autorità marocchine avrebbero proceduto a rastrellamenti di immigrati anche lontano dalle due enclavi.
Una parte di loro sarebbe stata portata a Oujda, nel nordest del paese, e da qui espulsa verso il deserto e la vicina frontiera algerina, alimentando quella guerra di nervi che caratterizza da anni i rapporti tra i due vicini. La frontiera è chiusa dal 1994, e le autorità vi hanno spinto gli immigrati, senza mezzi di sostentamento e di comunicazione, poiché cellulari e denaro erano stati loro tolti a Oujda.
Alcuni immigrati hanno raccontato di essere stati accolti dai militari algerini, ma nuovamente respinti verso il Marocco, e poi sospinti ancora verso l’Algeria. Tra gli espulsi, anche dei “regolari”: persone con lo statuto di rifugiato o con la ricevuta della richiesta di asilo rilasciata dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur), in Marocco.
Altri migranti sono stati costretti ad attraversare i territori liberati del Sahara Occidentale, dove sono stati raccolti, a piccoli gruppi, dal Fronte Polisario e concentrati nelle località di Bir Lahlou e Mahbes, nel nord del paese. Sono circa un centinaio e di loro si è occupata la Mezzaluna rossa sahrawi, che ha fatto appello ai paesi africani per organizzare il loro rimpatrio. Si tratta di persone espulse verso il deserto dalle autorità del Marocco. Un altro gruppo di immigrati vive, da circa un anno, a Tifariti, sempre nei territori liberati. Sono di origine asiatica e sono stati espulsi verso il muro costruito dai marocchini per difendersi dagli attacchi del Polisario, che li ha raccolti. Sono una quarantina, senza documenti, anche se alcuni di loro dichiarano di essere entrati legalmente in Marocco, con un visto, e poi, una volta finito il denaro, espulsi verso il Sahara Occidentale, probabilmente perché il Marocco non voleva accollarsi il loro mantenimento, non avendo accordi di estradizione con i paesi d’origine. Va sottolineato come da alcuni anni il segretario generale dell’Onu, nel suo periodico rapporto al Consiglio di sicurezza sull’attuazione del piano di pace e la missione dei caschi blu nel Sahara Occidentale (Minurso), segnali questi flussi di immigrati, la precarietà della loro esistenza, non solo per la durezza del clima, ma anche per i campi minati disseminati dal Marocco lungo tutti i 1.800 chilometri del muro.
I caschi blu hanno effettuato delle ricognizioni, anche con gli elicotteri, ma il governo di Rabat ha protestato perché non rientrerebbero nei compiti affidati all’Onu. In attesa che la comunità internazionale reagisca, è toccato ai rifugiati sahrawi occuparsi di altri rifugiati. (!!!)
Ci sono volute inchieste giornalistiche e le denunce di alcune ong perché il Marocco rallentasse i respingimenti disumani verso il deserto. Per placare lo scandalo montante, Rabat ha organizzato alcuni voli di rimpatrio verso il Senegal e il Mali di quasi duemila persone, ma, lontano dai riflettori, sono continuate le espulsioni.
Le autorità hanno organizzato quelle che sono state battezzate “le carovane della vergogna”: lunghe file di bus che trasportano gli africani nel sud del paese e verso la Mauritania, passando per il Sahara Occidentale occupato. Hisham Rachidi, direttore dell’Afvic, ha raccontato che un gruppo di 80 persone, a est di Smara, stava marciando in direzione della Mauritania verso un campo minato, quando è stato fermato in tempo dall’associazione.
Ceuta e Melilla, secolari enclavi della Spagna sulla costa mediterranea dell’Africa, non sono nuove a questi scenari. Cambiate, però, sono la geografia dei flussi e la forza della loro spinta. Fino alla fine degli anni Novanta, le due enclavi, in particolare quella di Melilla, più vicina al confine, erano l’obiettivo privilegiato degli algerini in fuga dalla furia omicida del terrorismo fondamentalista. A Melilla, il centro di accoglienza di La Grania ospitava soprattutto algerini, rispediti dagli spagnoli, in nave, a Orano. Gli immigrati subsahariani erano nettamente in minoranza, anche se nel 1996 circa cento africani erano stati trasferiti in Guinea-Bissau, senza che le autorità si facessero troppi problemi sulla loro vera nazionalità. È solo da circa tre anni che gli immigrati africani sono diventati la maggioranza degli aspiranti al grande balzo. Hanno ripreso le antiche rotte degli schiavi, incontrando sul proprio cammino schiavisti di ogni genere. Quella verso Ceuta e Melilla non è la sola rotta che mette a immediato contatto l’Africa con l’Europa.
Dall’altra parte dell’Africa, l’isola di Mayotte, staccatasi dal resto delle Comore per restare francese, subisce un fenomeno simile. Un terzo dei 160mila abitanti è formato da immigrati irregolari venuti dall’arcipelago, ma anche dal Madagascar e dall’Africa continentale. Sbarcano dall’isola più vicina, Anjouan, dopo aver pagato ogni anno un pesante tributo all’Oceano Indiano.
Negli stessi giorni in cui Madrid spingeva Rabat a riprendersi i subsahariani, Parigi discuteva l’abolizione del “diritto di suolo”, la possibilità per i bambini nati in Francia, vale a dire a Mayotte, da stranieri (come lo sono gli immigrati) di acquisire la nazionalità francese a 13 anni. Intanto, fino a tre charter al giorno riportano gli irregolari al loro posto.”
Il Tempo del Picchio
La nuova sezione dedicata all'approfondimento di inchiesta. Prossima uscita:
Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
"Salvatore Giuliano. Di sicuro non c'è niente"



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