TURCHIA: consensi esterni, preoccupazioni interne
| GEOPOLITICA |
Un periodo decisamente delicato per gli equilibri regionali. La Turchia gioca la carta palestinese per uscire finalmente allo scoperto e mostrare tutto il suo peso politico ai danni di Israele,al fine di conquistare il primato tra paesi arabi e non. Ma in un contesto regionale piuttosto incerto, a preoccupare principalmente Ankara c’è la situazione interna, in larga parte collegata alla questione curda.
Geopolitica regionale
I recenti avvenimenti della Freedom Flotilla hanno riportato l’attenzione dei media sul ruolo sempre più centrale che la Turchia sta assumendo nel contesto mediorientale. Le dure prese di posizione da parte di Ankara nei confronti di uno storico alleato come Israele stanno mostrando la vera natura politica del governo di Erdogan, teso a rafforzare il ruolo della Turchia sia sul piano regionale che su quello internazionale. Che i paesi arabi guardino ad Ankara come modello politico di riferimento non è un mistero; in un forum organizzato il mese scorso da Al Jazeera in Qatar, a cui hanno partecipato delegazioni di studiosi e giornalisti provenienti da paesi arabi, Pakistan, Afghanistan e Usa, è balzato agli occhi di tutti come il ruolo della Turchia negli ultimi anni sia accresciuto in maniera considerevole ed abbia influenzato nuovi equilibri regionali – come scrive la rivista Foreign Policy – suscitando un’invidia di sorta da parte di Usa e Israele.
Il raggiungimento dell’accordo tra Brasile, Turchia ed Iran sulla questione nucleare inoltre, indica come le relazioni internazionali di alcuni paesi, cioè quelli con un’economia e un ruolo strategico in forte espansione, stiano convergendo verso un nuovo asse o per meglio dire un asse dei “non allineati”. Per di più la Turchia è protagonista indiscussa del settore energetico e dell’approvvigionamento di combustibile per i paesi europei; gioca un ruolo di primo piano nel contenzioso tra Armenia ed Azerbaijan, relativo alla questione del Nagorno – Karabakh, funge da mediatore tra Israele e Siria per quanto riguarda le alture del Golan ed è tra i primi partner politici e commerciali del nuovo Iraq.
Il congelamento delle relazioni tra Ankara e Tel Aviv è iniziato subito dopo l’operazione “Piombo Fuso” condotta dall’Israel Defense Forces (IDF) nei territori della Striscia di Gaza. Da allora si sono susseguite diverse fasi, tra cui la celebre uscita di scena di Erdogan alla conferenza di Davos, che hanno progressivamente incrinato i rapporti politici tra i due paesi. In passato, a mantenere vivi i rapporti tra i due attori regionali erano soprattutto motivazioni di interesse militare e strategico. I due eserciti fino a poco tempo fa si adoperavano in manovre militari congiunte, scambiavano informazioni riservate, e collaboravano attivamente nel fronteggiare le formazioni islamiche fondamentaliste. Inoltre è da ricordare come il Mossad aiutò in maniera determinante il MIT turco alla cattura del leader curdo del Pkk Abdullah Ochalan in Kenya. Tuttavia la nuova politica turca targata AKP ha cambiato alleanze e obiettivi strategici, forse “non avvisando” il suo ex alleato israeliano.
Le ragioni di un successo
Per descrivere quali sono i fattori che abbiano determinato l’accrescimento del ruolo turco nella regione possiamo prendere come esempio le relazioni con il vicino siriano. Storicamente rivali fino agli anni ’80 (fino o sin dagli anni ’80), dal 2009 i due paesi hanno fatto notevoli passi avanti per ciò che riguarda le relazioni diplomatiche e commerciali, abolendo la politica dei visti, creando un’area di libero scambio a ridosso del confine e lavorando in maniera congiunta sulle tematiche energetiche e delle risorse naturali. La nuova politica estera turca basa il proprio successo sul concetto della cosiddetta “Profondità Strategica”, tanto cara al ministro degli Esteri Ahmet Davuto?lu, e che consiste nell’azzeramento dei problemi con i vicini e nel rafforzare le relazioni bilaterali in diversi ambiti. Ma sul fronte interno queste strategie hanno un valore assai ridotto.
La questione curda
Autonomia democratica. Con queste parole, il leader curdo Ochalan ha voluto proporre dal carcere un’ultima opportunità al governo turco per cercare di trovare una soluzione alla questione curda. Ochalan ha fatto sapere tramite i suoi avvocati che se non saranno prese in considerazione le sue ultime proposte egli si ritirerà come interlocutore dal processo di pace, consegnando il potere decisionale al KCK (Confederazione del popolo del Kurdistan), organo che rappresenta tutte le formazioni e rappresentanze politiche curde. Da considerare che anche il Pkk ha una propria rappresentanza all’interno del KCK, che quindi non consiste esclusivamente in una formazione militare, ma al contrario ha una propria base politica piuttosto ampia, che conserva anche all’interno delle stesse amministrazioni locali in Turchia. Nell’ultimo Congresso Nazionale del Kurdistan (KNK), riunitosi a Bruxelles a fine maggio, la denuncia della rappresentanza curda in Turchia è stata ferma; si è fatto cenno al fallito tentativo di cessate il fuoco unilaterale, per contribuire al dialogo e cercare una soluzione alla questione, a cui è corrisposto un atteggiamento del governo del tutto insufficiente . In particolare si è denunciata la duplice politica del governo turco, che cerca di influenzare Siria e Iran per aumentare la pressione sulle popolazioni curde locali, in modo da indebolirne il fronte interno. Anche la recente visita in Turchia del presidente della Regione autonoma curda Massoud Barzani è da inquadrare in una chiara strategia per debellare la resistenza del Pkk, di stanza proprio a ridosso del confine turco-iracheno.
L’escalation del conflitto
Diverse fonti sostengono come la stagione estiva ormai alle porte sarà teatro di un’escalation del conflitto tra il Pkk e la coalizione turco-iraniana. Le operazioni del Pkk, a differenza che in passato, molto probabilmente si concentreranno sulle grandi strutture militari, come caserme e basi anche all’interno di centri abitati, perseguendo una strategia di guerriglia che indurrà l’esercito turco ad ammassare nuovamente altri soldati lungo il confine iracheno in modo da far salire la tensione nella regione e destabilizzare le relazioni diplomatiche con i propri vicini.
Una prima scintilla si è già avuta nei pressi della base navale di Iskenderun, nella Turchia meridionale, dove sono morti una decina di militari turchi. L’attacco ha destato da subito scalpore per le modalità, molto simili all’operazione del IDF sulle imbarcazioni della Freedom Flotilla. Infatti la stampa turca in questi giorni ha lanciato una campagna mediatica al fine di dimostrare l’esistenza di legami tra Israele ed il Pkk. Un collegamento che sicuramente risulta funzionale ad Ankara, nel tentativo di convogliare l’opinione pubblica contro un solo fronte, quello creato appunto dal Pkk e Israele. In aggiunta c’è da dire che sull’argomento esiste una forte ambiguità, creata dal fatto che i legami tra i due non sono mai stai dimostrati (l’articolo citato di Seymour Hersh, risalente al 2007, non fornisce prove certe sull’esistenza di un supporto israeliano al PKK) e di mezzo c’è una voluta confusione tra pashmerga, o i membri del Pjak, (organizzazione curdo-iraniana) ed i guerriglieri del Pkk, che risultano entità ben distinte. Nella complessa situazione regionale di adesso la Turchia sembrerebbe perciò voler premere su Israele, cavalcandone la gogna mediatica, per combattere anche i propri nemici interni.
Fonte: Geoinformazione
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Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
"Salvatore Giuliano. Di sicuro non c'è niente"



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