Europa: c'è grossa crisi
| UNIONE EUROPEA |
Lo ha chiarito Angela Merkel nel suo discorso al Bundestag: gli aiuti alla Grecia sono necessari, in gioco c’è il futuro dell’Unione Europea. Sembra così essersi ribaltata la posizione di Berlino rispetto al sostegno al governo di Atene, impegnato a fronteggiare in questi giorni, e probabilmente anche nel prossimo futuro, rivolte sempre più violente nelle strade.
Il piano approntato dal governo greco ha convinto i leader europei più scettici, oltre che il Fondo Monetario Internazionale, ma i duri scontri per le vie di Atene potrebbero essere il preludio ad una situazione ancor più delicata.
Berlino sembra aver interpretato in questa crisi la parte del leone. Angela Merkel ha proposto di cambiare il Patto di Stabilità dell’Unione Europea, così che questo non venga più violato in futuro. La stessa Merkel si è detta favorevole alla possibilità del ritiro del voto, sempre in ambito europeo, per i paesi che arrivassero ad infrangere le regole di bilancio approvate dopo l’eventuale riforma. Dopo i forti dubbi tedeschi sul supporto internazionale alla Grecia, Berlino sembra aver preso atto che gli aiuti ad Atene ed il futuro dell’Europa stessa sarebbero in realtà situazioni strettamente collegate.
Non è dato sapere se l’impegno tedesco sia stata la risposta della Merkel alla telefonata di Barack Obama o un modo per assicurarsi il rientro degli ingenti prestiti versati, di fatto però la Germania sembra aver preso molto seriamente la questione del salvataggio greco. La crisi ha portato all’attenzione dei leader europei le difficoltà economiche in cui versano molti paesi dell’Unione e la necessità di riformare quei regolamenti che in tempi di crisi paiono essere soffocanti, più che stringenti. Allo stesso tempo, però, le lunghe trattative di questi giorni hanno mostrato ancora una volta quanto sia laborioso il processo decisionale in seno all’Unione. Se il salvataggio di un paese membro deve essere discusso per così lungo tempo, e l’approvazione dei prestiti seguire l’idea dell’estromissione dall’euro-zona, l’Europa è forse messa peggio di quanto si pensi.
L’Unione non può esistere se non funziona sul piano politico, prima che su quello economico, e la crisi greca è servita senza dubbio alcuno a dimostrare che, soprattutto nel momento del bisogno, è questa la base fondamentale su cui devono poggiare le scelte dei leader europei.
Il Ministro delle Finanze greco George Papacostantinou ha presentato un piano triennale da 30 miliardi di euro per evitare la bancarotta, che è stato apprezzato a Bruxelles ma ha scatenato le dure proteste dei sindacati, aprendo molto probabilmente una stagione di scontri sociali e lotte di piazza. Il programma di salvataggio voluto dal premier Papandreou è stato formalmente presentato al Parlamento in questi, leggermente modificato nelle misure più drastiche per lanciare segnali alla base elettorale del Pasok, il Movimento Socialista Panellenico, alle confederazioni sindacali e soprattutto a quei cittadini che sono scesi in piazza armati di una rabbia distruttiva. Negli ultimi giorni le strade di Atene si sono trasformate in un teatro di battaglia, i dimostranti sono arrivati ad attaccare anche le banche, la prefettura e le agenzie del fisco. Ci sono stati morti e feriti e la zona del Parlamento è stata tenuta in scacco per ore dai dimostranti inferociti, che accusano il governo di voler caricare sulle spalle delle classi sociali più deboli il peso delle riforme. Aumenti delle imposte per alcool, sigarette e beni di lusso, lotta all’evasione fiscale e all’abusivismo edilizio, tassazione e controllo su gioco d’azzardo e lotterie, blocco al programma di grandi investimenti per le infrastrutture e liberalizzazione dei settori dei trasporti e dell’energia, maggiore attenzione per evitare sprechi e frodi come nei casi delle pensioni di invalidità fasulle.
Queste le norme rimaste invariate rispetto al programma presentato a Bruxelles nei giorni scorsi: non ci sarà quindi il taglio di tredicesime e quattordicesime, verrà varata una tassa straordinaria sui profitti delle imprese e probabilmente anche sui redditi dei lavoratori autonomi, le televisioni dovranno pagare un’imposta pesante, il 20%, sui proventi degli spot pubblicitari, i tagli decisi per salari e bonus non saranno retroattivi, gli aumenti dell’IVA scatteranno dal primo luglio e i contratti collettivi non verranno toccati. Una manovra dura, quella proposta dall’esecutivo greco, sia nella sua formulazione iniziale che nella revisione presentata negli ultimi giorni, che aggraverà la recessione portando il PIL al -4% quest’anno con l’obiettivo però di tornare a crescere nel 2012 grazie all’austerity e a conti pubblici finalmente in ordine.
Se Atene è salva, almeno per ora, resta da vedere quale sarà il futuro di un’ Unione Europea che appare sempre ingessata quando devono essere affrontate questioni vitali. Ci sono voluti giorni, mediazioni esterne e discussioni serrate per approvare un piano che prevede prestiti bilaterali coordinati con il Fondo Monetario Internazionale per 110 miliardi di dollari a tassi agevolati, si parte dal 5%, e un impegno triennale per risolvere una crisi profonda, che rischia di portare l’intera Unione Europea sull’orlo del baratro, prima economico e poi politico. L’iniziativa dei ministri della zona-euro, riunitisi per scongiurare un default che avrebbe potuto e in realtà potrebbe ancora scatenare un pericolosissimo domino internazionale, è giunta, fortunatamente. I risultati si avranno solo tra qualche settimana, ma i primi segnali non sembrano essere incoraggianti: dopo la prima giornata le maggiori borse europee hanno chiuso in netto ribasso e i listini europei hanno bruciato in un giorno oltre 140 miliardi di capitalizzazione, azzerando praticamente i guadagni avuti finora dall’inizio dell’anno. I dubbi sul possibile allargamento della crisi a Spagna e Portogallo hanno funestato i palazzi del potere a Bruxelles e il premier Josè Zapatero, presidente di turno dell’Unione fino alla fine di giugno, ha definito irresponsabile chi fomenta comportamenti pericolosi sui mercati finanziari. Sono in molti a sussurrare che proprio la Spagna sarà il prossimo paese a chiedere aiuto per cercare di evitare il collasso. La domanda, inquietante quanto inevitabile, sorge spontanea: riusciranno i leader europei a dimostrare che l’Unione ha la forza per uscire dalla crisi, o assisteremo al crollo di sogni, speranze e un cammino costruito in sessant’anni, che coinvolge ora circa cinquecento milioni di cittadini?
Scritto da Simone Comi
Fonte: Lo Spazio della Politica
La nuova sezione dedicata all'approfondimento di inchiesta. Prossima uscita:
Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
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