Europa: SOS lavoro
| UNIONE EUROPEA |
La crisi economica e sociale ha colpito duramente gli Stati Uniti che ha visto i suoi disoccupati raddoppiare, meno l’Unione Europea nel suo complesso. Non stupisce se si pensa alle forti reti di protezione del mercato del lavoro presenti nei paesi UE. Negli Stati Uniti il licenziamento “at will”, a volontà, comporta un facile aggiustamento al ribasso in caso di crisi e ad un aumento della disoccupazione più veloce che in molti paesi europei. Anche alcuni paesi europei dove era stato forte lo sviluppo di contratti temporanei hanno risentito fortemente della crisi, Spagna e Irlanda soprattutto
I giovani pagano in maniera particolare gli effetti di questa crisi. Si tratta di un fenomeno particolarmente preoccupante che necessita una risposta immediata: periodi di disoccupazione a inizio carriera causano consistenti perdite di capitale umano e hanno effetti psicologici importanti per il singolo e aumentano le probabilità di disoccupazione futura.
Quali sono i fattori che più hanno contribuito a limitare i danni nei paesi europei rispetto agli Stati Uniti? Oltre ai classici sussidi salariali e assegni di disoccupazione, lo strumento che si è dimostrato più efficace nel combattere gli effetti della crisi economica è quello dei sussidi per riduzioni del tempo di lavoro: la Cassa Integrazione in Italia, il Kurzarbeit in Germania e lo Chômage partiel in Francia. Si tratta in parte di una sorpresa per gli economisti che per anni hanno sostenuto che fosse necessario proteggere il lavoratore e non il posto di lavoro. Le riduzioni di tempo di lavoro sono efficaci nel breve periodo per aiutare le imprese a resistere agli effetti immediati della crisi.
La ripresa deve arrivare velocemente per permettere alle imprese di riprendere la produzione e reimpiegare i lavoratori in cassa integrazione. Nel lungo periodo, invece, è una politica non sostenibile né efficace come dimostra il caso della FIAT in Italia.
Queste cifre sono destinate a rimanere stabili per almeno un altro semestre ed è necessario mantenere i programmi messi in atto per proteggere i lavoratori ed eventualmente anche estenderli. Tuttavia, questo è anche il momento di progettare la ripresa e, per dirla con Schumpeter, stimolare il lato “creativo” della “distruzione” determinata dalla crisi e non rimanere attardati in una crescita senza lavoro.
Stimolare la quantità…
La ripresa non sarà una passeggiata. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno già sperimentato in passato anni di “jobless recovery”, una ripresa senza lavoro. Si aggiungono inoltre ritardi strutturali che l’Europa e soprattutto i suoi paesi più deboli, i PIIGS, avevano accumulato. Esistono diverse vie da percorrere per stimolare il rilancio: si potrebbe continuare a sovvenzionare le industrie pre-esistenti oppure specializzarsi solamente in alcuni settori oppure aumentare gli impieghi pubblici. Gli ultimi vent’anni hanno dimostrato che la creazione di posti di lavoro pubblici è spesso effimera, dispendiosa e inefficiente.
Al di là, comunque, di misure congiunturali e temporanee è necessario pensare al medio termine e a politiche strutturali. Le vie evidenziate dall’Unione Europea, anche nella strategia Europa 2020, sono principalmente la green economy e la ricerca & sviluppo. Probabilmente si tratta di buone parole destinate a rimanere tali, come quelle della strategia di Lisbona, ma almeno colgono la sfida.
Dagli anni Novanta, di fronte alle novità rivoluzionarie delle tecnologie digitali e della globalizzazione, l’Unione Europea e la sua economia hanno fatto fatica a inseguire gli altri paesi. La concorrenza non è più solamente americana o giapponese, ma cinese, indiana, sudamericana. Il marchio, la qualità che in Italia si declinano spesso nella retorica del made in Italy, non bastano più. Dai paesi emergenti, ormai, la competizione tocca anche le funzioni, i compiti e le abilità più avanzate. Ecco perché è chiave promuovere investimenti in ricerca & sviluppo, soprattutto stimolando una cultura dell’innovazione e della creatività. Allo stesso modo la crisi offre l’opportunità di ridefinire i metodi di produzione per un’economia più verde. Non bisogna farsi delle illusioni né aspettarsi soluzioni miracolo: gruppi politici, associazioni ambientaliste e anche istituzioni internazionali come l’ILO tendono a sovrastimare l’impatto della green economy sul mercato del lavoro. Non esistono stime adeguate ed è difficile prevedere se il passaggio a un’economia più verde avrà un effetto netto positivo. Potremmo anche accontentarci di un effetto netto neutro per salavaguardare l’ambiente.
Tuttavia, un investimento immediato in ricerca e formazione permetterebbe di mantenere all’università migliaia di giovani altrimenti destinati alla disoccupazione (Bell e Blanchflower 2010) e allo stesso tempo le misure per la “green economy” darebbero l’occasione per riqualificare lavoratori di industrie declinanti e riconventire interi settori ormai desueti. Così, la crisi diventerebbe perfino un’opportunità creativa.
…senza dimenticare la qualità del lavoro.
Più posti di lavoro devono rimare anche con più qualità dei posti di lavoro. È diventato un luogo comune parlare di precarietà e insicurezze. Eppure è la situazione che i dati Eurobarometro e Eurostat descrivono.
Superare la dualità del mercato del lavoro che prevede protezioni e indennità per un gruppo e nulla per un altro è una delle sfide principali dell’Unione Europea nei prossimi anni. Gli spazi di manovra dell’UE sono limitati: il diritto del lavoro è materia di legislazione principalmente nazionale, ma le linee guida sono europee. Gli anni ’90 hanno rappresentato l’epoca della liberalizzazione del mercato del lavoro con una riduzione delle protezioni in tutti i paesi europei, soprattutto a sfavore dei lavori temporanei e interinali. Questo processo, comune a tutti i paesi europei, ha permesso di far respirare un mercato del lavoro bloccato e desueto, ma non è stato accompagnato da un adeguato aumento delle protezioni sociali. Inoltre, si è fatto quasi tutto a spese dei nuovi entranti. La tanto discussa flexicurity ha spesso coinciso con molto flessibilità e poca sicurezza e con la creazione di mercati duali in Italia, Francia, Germania e Spagna in particolare.
Per evidenti ragioni strutturali i precari e i lavoratori a progetto sono i primi a perdere il posto di lavoro in periodo di crisi. La crisi ha dimostrato la pericolosità del sistema duale: in Spagna il settore edilizio, fortemente colpito nella penisola iberica come nel resto dei paesi OCSE, ha visto una contemporanea diminuzione dei posti di lavoro e un aumento dei salari. Da una parte gli outsiders, senza protezioni né diritti, dall’altra gli insiders, “privilegiati” ben protetti.
Non solo gli outsiders sono meno protetti sul lavoro, ma spesso non hanno neppure diritto a un sussidio o alla cassa integrazione una volta perso il proprio posto. L’Italia è un caso scuola negativo: i precari e i lavoratori a progetto non hanno diritto alla cassa integrazione guadagni. Il decreto legge “anticrisi” del 2009 prevede un intervento una tantum a beneficio di un pugno di lavoratori per circa 2000 euro massimi all’anno. Inoltre, le imprese con meno di 15 dipendenti, tessuto fondamentale del nostro paese, possono fare ricorso solamente alla Cassa integrazione guadagni in deroga con lunghi tempi di attivazione e scarse risorse.
Ma non è solo un problema italiano e dovrebbe essere chiaro alle istituzioni europee che non si promuove la coesione sociale con un mercato duale che protegge alcuni ed esclude altri. Soprattutto se gli esclusi sono i giovani, coloro che si affacciano per la prima volta sul mercato del lavoro. Di questo tema, però, non si trova alcuna traccia né nella strategia 2020 né in altri documenti della Commissione. Non esiste nessuna posizione ufficiale sulla dualità del mercato del lavoro, né a favore né contro. Eppure è una sfida che l’Europa sociale non può permettersi di tralasciare se vorrà promuovere, come scrive nella strategia 2020, “una crescita sostenibile e inclusiva”.
scritto da Andrea Garnero
Fonte: Lo Spazio della Politica
La nuova sezione dedicata all'approfondimento di inchiesta. Prossima uscita:
Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
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