Ritorno al futuro: l'India come laboratorio sociale
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Pubblichiamo di seguito un'analisi spigliata e approfondita relativa alla situazione politico-sociale di uno dei paesi etichettati sempre come emergenti. Questo sarà un reportage fuori dagli schemi. Non riporteremo gli ultimissimi avvenimenti, non faremo una cronaca delle ultime iniziative. Troppo poco si conosce dalle nostre parti della situazione di una nazione tanto complessa quanto cruciale per lo sviluppo delle contraddizioni di classe nel nostro secolo: l'India.
1° PUNTATA
Nonostante non se ne abbia assolutamente percezione nei paesi del primo mondo, l’India é solo sulla carta definita come una nazione unica. In concreto é l’unione di realtà economiche e culturali profondamente differenti e che singolarmente per popolazione e ricchezze culturali potrebbero essere comparate ai principali stati europei (l’Uttar Pradesh, stato più popoloso dell’India, se indipendente risulterebbe la quinta nazione più popolosa al mondo), basti pensare all’esistenza di 22 diverse lingue ufficialmente riconosciute e la maggior parte di esse con alfabeti completamente diversi gli uni dagli altri. Questo si riflette nella realtà politica. Ha, dunque, davvero poco senso sviluppare un’analisi a livello nazionale, l’India é dominata da una marea di movimenti che ricevono enorme supporto e appoggio in alcuni stati ma sono assolutamente assenti e irrilevanti in altri. Conscio di questa realtà lo stato Indiano si é attrezzato conseguentemente sin dall’indipendenza nel 1947. Il sistema politico indiano, definito federale sulla carta, prevede invece una fortissima concentrazione del potere nelle mani del governo centrale. Basti pensare che i governi dei 28 stati dell’India sono completamente dipendenti finanziariamente dal governo centrale, e inoltre l’articolo 356 della costituzione dà a quest’ultimo il potere di sciogliere uno qualsiasi dei governi locali; l’utilizzo di questo “privilegio” non é stato assolutamente lesinato.
Superano il centinaio i governi “dismessi dall’alto”, in particolare durante gli anni ‘70/’80 sotto il governo di Indira Gandhi e contro i governi guidati dai partiti di opposizione in generale e in particolare dal fronte comunista nel Kerala e nel Bengala Occidentale, quando il cosiddetto Left Front, di cui parleremo diffusamente nel seguito, aveva ancora qualche piccola ambizione rivoluzionaria. Tale centralismo é ovviamente giustificato con le solite argomentazioni propagandistiche di governabilità ma é chiaro l’intento di scongiurare qualsiasi possibilità che i movimenti locali, che come detto caratterizzano l’India in ogni sua parte, e che hanno raggiunto in talune occasioni un’avanzatissima organizzazione di classe (vedi il primo Telangana Movement negli ultimi anni ‘40, nonché l’attuale insurrezione maoista negli stati tribali dell’India centrale), possano rapresentare una reale minaccia per la sovversione della struttura economica del paese. Inoltre, molteplici sono stati i tentativi di svilire i governi locali di potere. Inizialmente il sistema amministrativo indiano, che tutt’ora, eccezion fatta per i governi statali, non definisce chiaramente come articolare la governabilità locale, semplicemente suggeriva l’indizione di elezioni locali a base quinquennale, la qual cosa accadeva di rado ed in maniera assolutamente casuale ad eccezione per quegli stati, Kerala e Bengala Occidentale, dove un forte movimento di sinistra si é sviluppato negli anni.
La vita parlamentare indiana nei ‘60 anni di indipendenza, per quel che concerne il governo centrale, é stata nient’affatto avvincente. Dal primo governo nel 1950, che brutalmente represse l’insurrezione comunista nel Telangana a cui abbiamo accennato sopra, il dominio del partito “Indian National Congress” (INC) é stato schiacciante. A parte brevissime parentesi, in 60 anni l’INC é stato tagliato fuori dal potere solo nel governo del 1999 guidato dal Bharatiya Janata Party (BJP) per poi ritornare prontamente al potere nel 2004 e riconfermarsi nel 2009. Il BJP é la faccia pulita del movimento fascista/Induista fondamentalista Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS). Date le sue complessità e diversità rispetto ai caratteri nostrani, ci riproponiamo di sviluppare l’analisi del fascismo e dei partiti che potremmo chiamare fascisti presenti in India in altra sede. L’INC é il partito paladino di tutte le propagande borghesi che mostrano una nauseante solidarietà con astratti spiriti rivoluzionari e pacifisti: il Mahatma Gandhi. Il partito, sempre al fianco della borghesia e dei poteri forti per stessa ammissione del suo primo e più celebre leader, il quale non ha mai mostrato alcuna simpatia per spiriti comunisti e rivoluzionari, potrebbe però essere caratterizzato come di centro-sinistra rispetto alle categorie politiche del panorama europeo. É questa una delle principali differenze tra la storia dell’India e dell’Italia del dopo guerra.
Da porre in rilievo è anche il contesto internazionale in cui l’India era coinvolta in quel periodo, stretta com’era tra l’Unione Sovietica e la Cina Popolare. L’influenza del socialismo sovietico sulla politica, anche economica, indiana é, infatti, innegabile. Chiara evidenza di quest’influenza é l’aggiunta nel 1976 della parola“ socialista” alla descrizione del sistema di governo indiano che viene ora definito Sovrano, Socialista, Secolare, Democratico e Repubblicano. Non vogliamo così dare legittimità politica a simili elementi che rimangono assolutamente uno specchietto per le allodole, basti guardare all’influenza attuale degli Stati Uniti nella politica indiana, la fame e miseria che dilaga ovunque al pari di fortissimi contrasti religiosi e di caste, e le condizioni di vita del popolo indiano nel suo complesso per invalidare i primi quattro aggettivi, ma é al contempo indubbio un ruolo del pubblico nell’economia indiana, durante gli “anni sovietici”, sicuramente incomparabile rispetto alle realtà europee dominate da partiti filo-americani.
Questo quadro é radicalmente cambiato quando nel 1991 l’INC optò per la tanto agognata apertura dei mercati e finalmente vennero aperte le porte a capitali stranieri che vedevano nell’India e nel suo miliardo e passa di abitanti, un bocconcino troppo invitante in termini di potenziali ampliamento dei consumi. Il 1991 é anche l’inizio di quello che tutti i servi della propaganda borghese hanno con toni celebrativi e di ammirazione definito il “boom economico dell’India”. Il PIL indiano é iniziato a crescere a ritmi mai visti in precedenza. Tutti contenti. Tutti a celebrare i miracoli del capitalismo. Nella celebrazione generale alcuni, irrilevanti particolari, sono sfuggiti ai più: quante bocche ha da sfamare questo PIL? Quante ore ha da lavorare al giorno per garantire una pseudo-educazione ai propri figli? Ah, il PIL non é il nome di una persona?!
La nuova sezione dedicata all'approfondimento di inchiesta. Prossima uscita:
Dossier Libia
"Guerra di Corea: un conflitto lungo sessant'anni"
"Salvatore Giuliano. Di sicuro non c'è niente"



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